Troppo silenzio sui nostri "connazionali"
Chiamiamo per nome
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ciascuno degli
11 "rapiti"
Nemmeno un’oncia della curiosità "morbosa" dedicata ad altre "vicende".
Davide
Rondoni
("Avvenire",
28/6/’09)
Eugenio, Vincenzo, Tommaso,
Ignazio, Bernardo, Pasquale…gente di ogni parte di Italia. Di Montevarchi, di
Gaeta, di Ortona, di Torre del Greco. Nomi e cognomi segnati dalla provenienza.
Angione, Montella… Il primo, Eugenio,
è nelle mani dei rapitori "islamici" delle Filippine
meridionali da quasi sei mesi. Gli altri sono tra i 10 italiani dell’equipaggio
del "rimorchiatore" "Buccaneer"
sequestrato da "pirati"
somali l’11
Aprile. Ma di loro non parla quasi nessuno. Il nostro giornale lo fa, dalla
prima ora e ancora. Altri "media" no, un silenzio assordante. Il
"Ministero degli Esteri" sta seguendo con attenzione le due vicende, e
con ogni riguardo. Ma chi fa "opinione pubblica" in questo Paese non
ha molto riguardo per il dramma di questi connazionali. I paragoni con altre
faccende ognuno li faccia da sé. Ma è evidente che Eugenio essendo
"solo" un "volontario" della "Croce
Rossa" non
interessa molto a chi guida i "media" in Italia. E gli altri dieci?
Sono solo marinai… Non mi pare che ci sia ansia per loro sulle pagine dei
giornali, i "tg" non inviano i loro giornalisti presso amici, parenti,
redazioni (no, non lavorano in redazioni di giornali, ma in porti e in ospedali…).
Non c’è "can can". Non c’è vicinanza a questi destini in
sospeso. Nemmeno un’oncia della curiosità "morbosa" dedicata ad
altre vicende è dedicata a queste. Come se fossero "fantasmi" di
connazionali.
Come se non fossero vicende interessanti.
Perché, come dicono i capi dei "media" e coloro a cui essi
rispondono, la gente non vuole sapere queste storie, vuole altro.
Sicuri? Siamo davvero sicuri che alla "gente" non interessi la vita
sospesa a un filo di questi nostri connazionali? Sicuri che alla gente, sempre
invocata dai "media" per coprire le proprie scelte, interessi di più
l’ultima dichiarazione del politico o della ragazza di turno, invece che
sapere come va, insomma, come stanno, se si sta muovendo qualcosa? E magari chi
sono, che vita normale o speciale hanno i nostri connazionali
"rapiti"?
"Estremisti" e "pirati" hanno rapito Eugenio, Vincenzo,
Pasquale e gli altri nei luoghi dove lavoravano. Qui li stanno rapendo da sotto
i nostri occhi. "Avvenire"
ne sta parlando e vorremmo, per quel che può fare un giornale e chi scrive, far
sapere a loro e alle loro famiglie, ai loro amici che sono nei nostri pensieri.
Che non ci dimentichiamo di loro.
Esiste una pena forse maggiore delle tante prove che possono capitare a un uomo.
Peggio forse dell’essere "rapiti". È essere
"dimenticati". La pena dell’"oblio". Noi non ci stiamo.
Per noi il destino loro è importante. La loro vicenda è importante, ben più
di tante altre cose che stanno riempiendo i giornali in questi giorni. Non si
tratta del fatto che i cristiani sono forse più buoni o apprensivi. Si tratta
di essere più "realisti". Più corretti, più vigili. Si tratta di
essere italiani e guardare con passione quello che ci riguarda come persone e
come nazione. Non è una "bazzecola" quel che sta capitando. Non è
una "vicenduola" di cronaca "minore". È una cosa che
riguarda i nostri connazionali e riguarda scenari "inquietanti" del
mondo. Noi non ritiriamo gli occhi da lì, non li accomodiamo sulle notizie che
ci confortano o ci divertono o su quelle che servono a una "fazione" o
all’altra. Siamo vicini a Eugenio, Bernardo, Filippo e gli altri. Diciamo una
preghiera per loro. Osiamo chiamarli per nome come quando si diventa amici
attraversando la stessa "avventura". Perché ci sentiamo con loro. E
vorremmo che tutta l'Italia lo fosse. Perché il loro dramma e quello delle
persone che li amano merita la vicinanza dell’Italia intera.