Don Giussani e Don Barsotti non a caso amici
Da questi grandi vecchi la
fragranza della paternità ![]()
Davide
Rondoni
("Avvenire", 21/2/’06)
Un anno fa la morte di don
Luigi Giussani, pochi
giorni orsono quella di don
Divo Barsotti. Due
uomini diversi e due amici. Due grandi padri cristiani. Che hanno segnato e
segnano il presente e il futuro della Chiesa. Mi piacerebbe che su questo fatto
riflettessero soprattutto quelli che la fede non ce l’hanno. O pensano di non
averla. O non sanno più cos’è… Perché magari vorrebbero andarci, a messa.
Però non si sentono a posto. O magari a messa ci vanno, ma senza la fede dei
loro nonni e perché diversamente - senza cioè talune consuetudini - non si
sentirebbero più se stessi. Insomma quelli che se gli chiedi: a Dio ci credi?
dicono un sì. Indeciso ma profondo. E che poi sulla Chiesa han le idee confuse.
Per colpa di chi parla contro la Chiesa. E di chi non la ama da dentro. Per
colpa di coloro che pensano di amare Dio non amando più l’uomo. E di coloro
che non sopportano un Dio che invece di starsene lassù a farsi immaginare da
noi, cammina nella storia con gli uomini.
Vorrei che guardassero queste paternità. Ho vissuto da vicino quella di don
Giussani. E ho amici che han vissuto quella di don Divo. Noi sappiamo una cosa.
Una specie di segreto. Una cosa che questo mondo dominato da intellettuali
sacerdoti di scetticismo, da sondaggisti, da opinionisti non vuole capire. O che
fa finta di non capire. Noi sappiamo che la fede non è una questione di idee, o
di dirittura morale. Noi sappiamo quello che gli ideologi di ogni epoca non
vogliono sentirsi dire del cristianesimo. Perché loro, i potenti e i sacerdoti
intellettuali, pensano di sapere cosa è il cristianesimo. E lo avversano
perché credono di aver capito cosa è: un’idea bizzarra, una strana morale.
Lo hanno studiato, lo hanno analizzato. Pensano di averlo capito. Di poterlo
incasellare. Con il loro metodo. Che però non è un metodo adeguato. Come uno
che pensasse di capire se sono buone le tagliatelle facendole passare da
provette e alambicchi. Invece di assaggiarle. O di uno che volesse comprendere
se una donna è bella analizzandone la radiografia.
Vorrei che queste morti così piante, così dolcemente accompagnate da tanti
uomini e donne e giovani fossero guardate da chi non sa più cosa è la fede.
Che la luce delle lacrime di chi rimpiange questi padri fosse guardata da chi
vorrebbe avere fede e non sa come fare, e magari non si fida di quel che
conosce, di quel che gli dicono. Vorrei che la testimonianza della morte di
questi padri facesse sorgere una domanda intorno al segreto che noi, che abbiamo
seguito don Giussani e don Divo sappiamo. Il mondo pensa che la fede sia un
aderire a strani costumi, e a strane idee. Come uno che si convince di un
teorema matematico, o di un’idea politica. Invece è un avvenimento che
introduce alla scoperta di un padre. La fede è questione di scoprire d’avere
un padre, e di esser figlio. È una eredità. Che è di più d’esser figli per
via del sangue. Più di una appartenenza automatica, d’esser per tradizione
dentro a un certo popolo. Chi ha un padre sa che nel rapporto c’è in gioco
molto di più che sentirsi a posto o avere le stesse idee. Un padre autentico
non vuole un figlio "uguale" a lui, né lo pretende subito
irreprensibile. Vuole un figlio che ami la vita. E un figlio desidera che il
padre sia una indicazione forte, libera e positiva per il futuro. Un padre,
guardando il quale venga voglia di camminare, di andare più lontano, di
rischiare. E che fondi la speranza, dando motivi per sostenere le prove. La fede
è una eredità di vita. Non è un merito. Non è un lascito automatico. Occorre
tutto lo splendore e il dramma di un rapporto tra padre e figlio. Occorre il
vasto, meraviglioso spazio del rapporto di un uomo che si fa padre e di uno che
si riconosce figlio. Occorre quella fragranza. La fede, amici che pensate di non
averla, è la fortuna di trovare un padre. E la responsabilità avventurosa di
diventarlo.