OGGI 15 NUOVI CARDINALI
LI CHIAMANO PRÌNCIPI MA SONO ALTRO
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Davide Rondoni
("Avvenire", 24/3/’06)
Saranno in quindici. Saranno quindici uomini soli. Con la loro storia di
persone, di studiosi, di pastori. Di gente che ha vissuto intensamente. Non sono
dei giovanotti. Qualcuno passa gli ottanta. Non hanno alle spalle una vita
semplice. Alcuni di questi la vita l'hanno rischiata parecchie volte. Altri
l'hanno passata in luoghi che non attirano l'attenzione né dei media né delle
luci della ribalta. Non sono quel tipo d'uomini che si scompone per una
onorificenza. Ne hanno viste tante. Sono abituati alle blandizie del mondo. Agli
omaggi sinceri e a quelli, più numerosi, insinceri dei vari potenti di turno.
Molti di loro hanno quotidianamente scontri con il potere, anche se non vanno in
piazza a raccontarlo. Perché loro son pastori, e tutto sopportano per il
proprio gregge.
Nel vagliare le cose della vita hanno accumulato quel tanto di saggezza che
basta per non scaldarsi quando si viene eletti. Quando si viene scelti, dopo la
chiamata primigenia del Signore. Un tipo d'uomini che sa che ad ogni scelta
coincide una responsabilità. E non vanno in brodo di giuggiole se uno li chiama
e li promuove. Nemmeno se è il Papa a promuoverli. A eleggerli cardinali. Non
si scompongono. Hanno ringraziato, commossi. Hanno alzato gli occhi al cielo e
li hanno abbassati a terra. Ma non si scompongono. Nemmeno per questa, che è
l'onorificenza più alta e che pure è il peso più grave. Che è l'onorificenza
meno comoda. Che non è una vera e propria onorificenza. Più un onere che un
onore. Come si dice.
Quindici nuovi entrati nella stanza più segreta. Dove non tutto è segreto. Ma
dove sono concesse le chiavi. Dove il Papa trova i suoi. Dove chiama coloro che
condividono. Che più da vicino lo seguono. Che lo seguiranno fino alla fine. E
che lo proseguiranno. Che nel vivo del proprio corpo, del proprio corpo
collegiale, dal proprio corpo di amici, sceglieranno - quando sarà - il Papa
prossimo. Nel poema dedicato alla Cappella Sistina da Giovanni Paolo II, e
uscito con la prefazione dell'allora cardinale Ratzinger, stava scritto che i
signori cardinali dovranno partecipare a una "visione". Loro che
abiteranno quella sala, dovranno, analogamente al grande Michelangelo,
"vedere". Sono uomini esperti, capaci di reggere la Chiesa in
situazioni spesso gravi, complicate e delicatissime. Non sono educandi usciti da
un collegio. Ma a loro verrà chiesta soprattutto un'altra cosa. Ancor prima di
reggere e correggere la Chiesa con il Papa, sarà chiesto di "vedere"
insieme a lui e come lui.
Riceveranno, come si dice, la porpora. Colore elegante. Ma soprattutto colore
del sangue. Tintura preziosa nell'antichità, e segno di sempre del martirio.
Perché i quindici che si aggiungono agli altri non saranno i rappresentanti di
qualcuno. Non entrano in un parlamento. Non sono dei grandi elettori che
manovrano tanti piccoli elettori. No, loro stanno risalendo, di grado in grado,
dalla prima scelta che di loro fu fatta con il sacerdozio a una nuova scelta,
che di loro fa il Papa, che li veste di porpora. Che li fa rappresentanti dei
martiri, che li immerge nel sangue della Chiesa. Nel sangue vivo del corpo di
Cristo che è la Chiesa, nel sangue vivo del martirio che dopo duemila anni non
cessa, anzi aumenta.
Li chiamano "prìncipi" della Chiesa. Come se in loro si manifestasse
qualcosa di regale. Ed è così. La porpora è il segno di una grande regalità,
della vittoria del martire, di colui che dà la vita per il vero Signore del
mondo (in un atto eroico o nella pazienza quotidiana). È il segno di una strana
vittoria. Che il mondo non vuole capire. Come spesso non capirà questi uomini.
Non vorrà capire questi uomini. Che oggi entrano nelle stanze più segrete,
vicino al cuore della Chiesa. Chiamati, come i martiri, a "vedere" il
senso della storia. Che oggi tremano ma non hanno paura, e vestiranno la
porpora.