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Davide
Rondoni
("Avvenire", 2/4/’06)
«Non compiva questo passo
da solo». Così il suo successore, l'attuale Papa, parlava della morte di
Giovanni Paolo II. «In quel momento - ha detto Benedetto XVI nella sua prima
omelia - noi abbiamo potuto invocare i santi di tutti i secoli, i suoi amici, i
suoi fratelli nella fede, sapendo che sarebbero stati il corteo vivente che lo
avrebbe accompagnato…».
Un uomo grande. E non da solo. Nemmeno nell'ultimo passo. Perché non è vero
che al punto di morire si è da soli. Lo diciamo noi, ce lo inventiamo. Alla
morte arriva da solo l'uomo che ha vissuto da solo. Ma nell'esperienza cristiana
non è così. Alla morte arrivi con la grande compagnia che ha sostenuto la
vita. Con l'amicizia del cielo e della terra, di ogni cosa come te creata, e di
ogni cristiano sperduto nei secoli o nel globo.
Benedetto XVI ricorda ad ogni occasione il suo predecessore e amico. Con un
accento personale. Con una stima infinita, provata in lunghi anni, nella
corresponsabilità dentro a vicende dure, complesse. Attraversate insieme, con
due caratteri diversi, ma con un'uguale temperatura d'amore all'uomo e al
mistero della Chiesa. Ora quando parla l'uno, con il suo particolare stile, si
sente l'eco della presenza dell'amico. Sempre richiamato, sempre invocato. Con
la confidenza e la commozione con cui un amico può invocare un amico, ora
nell'invisibile. Che protegga, che continui ad esserci, che non ci lasci. I
media che si sono avventati su Giovanni Paolo II hanno sempre teso ad esaltarne
la singolarità, la individualità. Una personalità forte, come lo sono sempre
quelle dei prediletti da Dio. Lui ha fatto di questa esposizione di se stesso
una forma di offerta, fino al sacrificio, per la gloria del Signore e come
servizio alla Chiesa. Era una personalità forte, piena di forza drammatica e
perciò anche teatrale. Ma non era un uomo solo. Giovanni Paolo II seppe farsi
Papa di tutti, diventare vicino a tutti, perché lui stesso sapeva che non è la
solitudine la condizione per gli uomini. Ha lasciato meno soli gli uomini del
nostro tempo, poiché lui stesso sperimentava la vittoria di Gesù sulla
solitudine. Ne ha sempre scritto, nelle poesie, nei pezzi teatrali. E nelle
encicliche.
Subito dopo l'inizio del pontificato di Giovanni Paolo II, un suo fine
conoscitore italiano, don Francesco Ricci, fece stampare un libretto firmato dal
cardinale Wojtyla che si chiamava "I miei amici". In quelle pagine li
ritraeva, compagni nella fede fin da ragazzo alla maturità: gente nota, altra
oscura. C'era una forza in quei racconti. Quella che sarebbe esplosa
nell'amicizia per il mondo, nel vento del suo grande pontificato.
L'amicizia di questi due Papi, ciascuno di fortissima personalità, è un invito
a guardare di nuovo nel mistero della Chiesa.
La durata della Chiesa, la forza stessa della successione apostolica, la
missione nel mondo - che spesso la deride, la perseguita - sono radicate nella
grande "intuizione" di Gesù: la sua presenza nel mondo continua come
amicizia. "Vi ho chiamato amici", dice nel Vangelo ai suoi. E indica
che dovunque due o tre saranno insieme nel suo nome, lì Lui è presente. Il
mondo non capisce questo. Non vuole capire. Non crede, in fondo, che sia
possibile un'amicizia così. Poiché non ne sperimenta una altrettanto forte e
bella, ritiene che non sia possibile. La mentalità dominante fonda l'amicizia
sull'interesse e sul possesso, per quanto mascherati. E perciò non capisce
l'amicizia che sgorga dalla Chiesa. Pensa che sia come le sue, legate a calcoli,
senza perdono, solitudini camuffate. Poi, di fronte allo spettacolo del legame
fraterno di due Papi ammutolisce, non sa cosa dire, parla d'altro. Noi, invece,
parliamo di questo. Perché anche nel giorno della memoria della perdita, nel
giorno in cui abbiamo pianto tanto per la morte del caro Papa, quella loro
amicizia ci rende lieti.