Nuova accusa della
Fallaci: perché trattiamo i nemici da amici?
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La speranza più
fertile dell'orgoglio ferito
Già scrissi ad Oriana, e però non rispose. Ieri
sul Corriere è uscita un'altra puntata della sua invettiva-monologo. E io, come
accadeva nelle piazze di Romagna quando si discute, le do ancora sulla voce,
perché la sua, almeno, in mezzo a tanto chiacchiericcio è ben udibile,
tagliata nella pietra di una indignazione reale e meditata.
Dice: siamo idioti a trattare il nemico come fosse un amico. Parla di coloro che
non tengono in conto la libertà, che si macchiano di orrendi delitti, che non
intendono cambiare il loro modo di vivere e che ci stanno invadendo. Cita i capi
del fondamentalismo che promettono strage sicura in Italia. E profetizza: sarà
per Natale, no, troppo presto. Sarà sotto elezioni, nel 2006. E non colpiranno
solo la gente, ma mireranno anche ad un'opera d'arte, a un simbolo di quelli
noti in tutto il mondo. "Che ci vuole a far saltare in aria il David di
Michelangelo?"
C'è una sorta di disperata rassegnazione nel soliloquio. E un'ansia di
autocitazioni, come a dire: l'avevo detto. Rabbia e orgoglio, ma feriti.
Qualcosa di crepuscolare s'è insinuato nel tono. Non è questione di stile, chi
se ne frega. Ma se anche Oriana Fallaci si appanna, allora i punti di lucidità,
per quanto contestabili, diminuiscono. E non è un bene per nessuno, perché
oggi c'è bisogno di lucidità. Ma una cosa, appunto, sfugge alla sua analisi
imperiosa e ribattuta. C'è qualcosa che non le torna nel quadro apparentemente
chiaro (c'è una guerra, il nemico è quello). Già nella risposta scorsa la
invitai a non confondere la fede cristiana con una vago teismo. E la ringraziai
per le domande inquiete che ci rimette addosso. Ora c'è un fatto nuovo. La
Fallaci confessa un dubbio che la insegue. Come mai il Papa, sia l'attuale, che
pur "è un uomo tanto erudito", sia il predecessore, "un
guerriero come Wojtyla" non tuonano contro l'Islam, come han fatto contro
il comunismo? Come mai non alzano la voce contro quel che avviene in Sudan o nei
mille luoghi dove i cristiani sono duramente perseguitati o dove non c'è
libertà di fede a causa delle leggi islamiche? Alla domanda della scorsa volta
su cosa vuole Dio veramente, si giunge coerentemente alla domanda su cosa vuole
la Chiesa. In tanti, nella storia, avrebbero voluto la Chiesa su certe
barricate.
Se accettasse di essere cortigiana, o caporalessa di guerre decise da altri, la
Chiesa godrebbe di più prestigio e favori. Ma non è quello il suo mestiere.
La posizione della Chiesa sul conflitto in corso è chiara da tempo. Il Papa
disse che non sarebbe servito ad eliminare il problema che l'11 settembre ha
imposto all'attenzione e che è nato molto tempo prima. E ha detto con chiarezza
che la guerra non era la strada unica, necessaria. Non ha negato mai il problema
di un attacco al cristianesimo che avviene ad opera dei fondamentalisti, in
Sudan così come nelle aule di Strasburgo. Ha sempre denunciato con veemenza
queste cose. Gli stessi media che ora ti danno grande spazio, cara Oriana, non
hanno dato analoga enfasi a quegli allarmi (vedi il rapporto annuale sulla
Chiesa che soffre e i molti interventi di Wojtyla e di Ratzinger
sull'argomento.)
Ma il problema è soprattutto un altro. La Chiesa non ragiona in termini di
conflitto. Non c'è più né giudeo né greco, diceva già san Paolo. La
vittoria della Chiesa non è nella eliminazione di un nemico. Ma nella crescita
della fede, e dunque di una civiltà e di una cultura che nella proposta
cristiana trovano un fattore di sviluppo e di bellezza del vivere.
Perciò si preoccupa che esistano le comunità cristiane (a volte segrete) in
paesi arabi. Nel blocco comunista sorse Solidarnosc, c'era una rete di
dissidenza forte e autorevole. In caso di polemiche frontali, in certi paesi
quelle comunità e il cristianesimo verrebbero spazzati via. E non solo là, nei
paesi del "tuo nemico", cara Oriana. La prossima volta ottieni due
pagine sul Corriere per chiedere che ai cristiani (anche ai "cristiani
atei" come te) sia concesso di fare proposte educative, formative dei
giovani che vivono in Italia (italiani o turchi), che i soldi siano usati per la
polizia ma anche per l'educazione, che ci si possa far carico di ospitare in
senso vero, formativo, coloro che qui nascono e che vengono. Così che imparino
ad amare il David di Michelangelo, e non a sognarne la distruzione o a
ignorarlo. Può sembrare più lunga questa strada. Non si deve abbassare la
guardia della difesa contro la violenza. Ma al crepuscolarismo della guerra, noi
preferiamo la speranza, che è più dura e resistente di ogni rabbia. E più
fertile di ogni orgoglio.
Davide Rondoni
("Avvenire" - 18/7/2005)