Quei microscopici segni di croce dei giocatori in campo
Quando c'è una partita Dio in qualche modo c'entraDavide Rondoni
("Avvenire", 17/6/’06)
Furtivi. O plateali. Discreti. O pittoreschi. Si vedono ogni tanto, compaiono a volte quando meno te lo aspetti. Sono i gesti religiosi sui campi del mondiale. Lì, in quei catini di folla dove premono e si stipano ogni genere di passioni, e la grande mole di interessi. Di fronte all'occhio multiplo delle tv. Il segnetto minimo di croce, il bacio all'immaginetta, all'anello o al cielo. Quando la palla sfiora la traversa, o quando sta per essere battuto il calcio di rigore. Quando c'è una partita, Dio in qualche modo c'entra sempre. Per esser invocato, o bestemmiato. Ma c'entra. Lo chiama in qualche modo Ronaldinho coi suoi minuscoli segni di croce, o gli altri come lui, in quel gesto che sembra automatico, o meglio: consueto, familiare. O in altri mille modi vediamo che Dio è chiamato a testimone del campo di gioco: col dito al cielo, o gli occhi, o il movimento delle labbra. Tra fede e scaramanzia. Tra rito e sortilegio. Verrebbe da dire che occorre che la vita sia una partita perché Dio, in qualche modo, c'entri. L'uomo che sta rischiando di vincere o di perdere, e che vive l'esistenza come un rischio vero, profondo, cerca Dio. La cosa peggiore nella nostra cultura è aver tolto dal senso comune della vita questo sentimento del rischio, questo giudizio d'esser sospesi tra una vittoria e una sconfitta. Questa sfida per la libertà. Come se la vita fosse solo una parentesi tra un niente e un niente. Come se fosse una partita finta, senza possibilità di esiti diversi. Come se non ci fosse nulla di importante in gioco. L'uomo della noia, l'uomo delle avventure "forzatamente" ricercate poiché annoiato dalla esistenza, è il prodotto di questa cultura. Una vita che non è una partita ma solo un gioco. Un uomo che non è "in partita" non sa cosa farsene di Dio. Lo adora o lo ignora come un orpello, come una decorazione delle chiuse pareti dei giorni. Non c'è il campo aperto, non c'è avversità profonda ma solo ostacoli da aggirare come si può. Oh, certo so benissimo che ben altre cose sono o sembrano più importanti nel grande circo dei mondiali. I soldi, gli sponsor, l'estro, la preparazione atletica, lo spogliatoio, la forza delle nazioni, l'orgoglio di bandiera. E un intreccio profondo e oscuro di vanità, esibizionismo, sfrontatezza e agonismo. Però sul campo, a un certo punto, entra anche Lui. Quei gesti furtivi, di varia specie. Come se in qualche modo questi giovanotti - alcuni strapagati, altri di buone speranze - sapessero che oltre a tutto c'è comunque un caso, un mistero. Insomma, qualcosa che non si riduce alla loro stessa abilità, alla esattezza degli schemi del mister. Come se il pallone, toccando terra o correndo morbidamente sull'erba avesse bisogno anche del tocco di Dio per andare dalla parte giusta, per infilarsi all'altezza giusta. Come se oltre alla precisione del loro tocco, alla morbidezza dello strastudiato scarpino, agli anni di allenamenti, al tifo della propria nazione e ai sogni di gloria, ci fosse comunque bisogno anche di Altro. Perché la partita non sia persa. L'idea o meglio le idee di Dio che vanno in scena al Mondiale di calcio sono le stesse che vivono e si agitano nella società di oggi. Solo che i gesti che le esprimono da Berlino vanno in mondovisione. Idee banali, se volete, o comode di Dio. Però Dio, che sicuramente ama il calcio, si "diverte" a intrufolarsi anche lì, davanti agli occhi di tutti. Per un attimo, come in piccole bizzarre epifanie. A ricordare che la vita è una partita, e che Lui c'entra con la nostra partita quotidiana.