Il senso della vittoria nel cielo d'Italia
La vita come una partita.Non si vive senza speranza di una vittoria: sul limite, sulla
morte.
E non c’è male più grande
che diffondere un’idea della vita dove non ci siano vittorie possibili.
Dov’è la vittoria? Così dice l’inno che cantiamo. Così dicevano i
volti dei nostri giocatori e di tutti noi che guardavamo. Dov’è la vittoria?
Non c’è vita che non la speri. Che non la cerchi. Nella baraonda del dopo
partita qual era il motivo dei caroselli, degli abbracci, delle urla? L’orgoglio
patrio? Certo, e per fortuna. Ma quello viene dopo. Che cosa risveglia quell’amore,
quella pietà ferita e pure orgogliosa d’essere italiani, concittadini di
Michelangelo, oltre che di Gattuso, e di Dante, oltre che di Grosso?
Il senso della vittoria. La Nike (in greco, vittoria), che prima d’esser una
marca di abbigliamento, è una bella statua, detta di Samotracia, e sta al
Louvre. Ma che ieri notte è apparsa nel cielo d’Italia. E lei, statua senza
volto, ha avuto i volti dei ragazzi che ci hanno fatto vincere, e poi per ognuno
ha avuto il volto amato. Per Materazzi, ad esempio, "goleador" e
"matador" di ex
campioni modello, ha avuto il volto della madre a cui dopo il gol ha indirizzato
una dedica al cielo, dove lui è sicuro che lei sia. Perché se così non fosse,
che vittoria sarebbe. E lui infatti ha puntato le dita, certo che la vittoria è
là nell’eternità in cui non ha perso sua madre.
La vittoria non può restare senza volto. Dov’è quel suo viso? Gli italiani
la cercano, ogni uomo la cerca. Non si vive senza speranza di una vittoria. La
vita la cerca sempre, per quanto confusamente. Una vittoria sul limite, una
vittoria sulla morte. L’uomo è fatto così. Per questo non c’è male più
grande che diffondere un’idea della vita dove non ci siano vittorie possibili.
Una vita come una partita finta, truccata fin dall’inizio. Come dicono i
nichilisti, o i dispensatori della loro propria disperazione. Come se la
vittoria fosse solo apparente. Come se tutta la gioia dell’altra sera fosse
solo un teatro dell’assurdo. Se la vita è tessuta di nulla, se in fondo non
vale nulla, ci sono solo vittorie banali, senza vera ultima soddisfazione:
vittorie d’un momento, già rese amare dalla generale, continua e definitiva
sconfitta.
La vita è una partita. Lo dice la saggezza popolare. Ma molta della cultura
dominante ha tradito questo senso elementare, semplice, e profondo. E ha ridotto
la vita: non una grande partita, ma tante piccole partitine; puoi vincerne o
perdere tante (che so: ti va bene il lavoro, e però perdi nell’amore, o
viceversa). Invece la vita è una grande partita, è la nostra finale
quotidiana. Per questo ogni vita è una partita che vale la pena d’esser
giocata: sin dal suo concepimento, e fino all’ultimo atto in cui è vita.
Nulla come il cristianesimo esalta la vita come grande, avventurosa partita.
Ognuna degna d’esser giocata: quella del megapresidente come quella dell’ultimo
sofferente. Poiché per ognuna c’è una vittoria possibile. La vittoria più
grande. Che non è, si badi, un posto in paradiso. Certo, "sperèm", come dicono a
Milano. Ma è prima che la vittoria di una promozione futura: si tratta di una
vittoria ora e qui. Il centuplo quaggiù.
Il cristianesimo appare per molti una cosa fuori moda, lontana. Poiché per
molti non c’entra più con la partita della vita. Troppo spesso hanno fatto
passare Gesù Cristo come se fosse l’arbitro, e un arbitro severo. Invece no,
Lui è il premio, è il volto della vittoria. Nelle nostre chiese, nelle strade
siamo pieni di effigi di uomini vittoriosi. No, non dico i Garibaldi e i
monumenti equestri. È sorprendente vedere come i volti dei santi siano di
vittoriosi. L’amicizia con Gesù, uno che è un Grande Mediano, e uno che si
è sacrificato per la squadra, è la vittoria. Quella che sempre cerchiamo. E
che non finisce domani.