Oltre le fatiche
della ripresa
Davide Rondoni
Finisce agosto. E le vacanze. Facciamo un
elenco sommario di quel che ci portiamo dietro da questo mese? Qualcosa di bello
visto in giro per l'Italia o dove ce ne siamo andati. Un po' di paura, per gli
attacchi terroristici e per gli aerei che cadono. Un po' di confusione in più
su quest'Italia di scandali veri o presunti, di chiacchiere al telefono e sui
giornali. Di dati ballerini e inquietanti sull'economia. Ci portiamo negli occhi
il grido muto di coloro che soffrono la fame in Africa e di cui pochi, tra cui
questo giornale, han parlato con la dovuta dignità e importanza, mentre gli
altri sguinzagliavano segugi tra palazzi di giustizia e discoteche della Costa
Smeralda. E abbiamo negli occhi i tanti giovani a Colonia. E per l'estate ci
hanno propinato due slogan, che sembran nuovi ma sono vecchi: "questione
morale", e "avanza il meticciato".
Tutto questo sembra buttato nella valigia del ritorno un po' alla rinfusa. Senza
ordine, senza connessioni. Invece, a ben guardare, forse un filo c'è. Tra
stupore per le bellezze e paura, tra voglia di costruire un'Italia un po' meno
falsa e pietà. Un filo c'è: si chiama desiderio di felicità. Forse non lo si
ammette, o non lo si chiama con quel nome. Ma quando si parte per le vacanze, in
fondo si cerca qualcosa di bello, di gioioso, qualcosa che faccia bene non solo
alle ossa o alle teste stanche e stressate. Si cerca qualcosa che faccia bene a
tutto di noi. Nella febbre che prende i ragazzini di poter uscire, di fare un
po' più tardi, di divertirsi, brucia un desiderio di felicità. Come nello
stare un po' al fresco dei loro nonni, o nella voglia di viaggiare. C'è un
grido dentro. Siamo fatti per la libertà, cioè per essere felici. Siamo
protesi ad esser liberati, per questo ci piace il tempo libero.
E ora, tornando, la domanda da farsi sarebbe solo questa: sei più felice?
Invece, in ufficio o a scuola ci si chiederà: quanto hai speso? hai mangiato
bene? ti sei fatto una storia? c'eran le alghe al mare?
Il grande poeta Rilke diceva che c'è una tremenda censura. Tacciamo di noi.
Parliamo sempre d'altro. I racconti delle vacanze saranno solo parlar d'altro.
Come quasi sempre quando raccontiamo di noi.
Parleremo di questione morale? Ma cos'è la morale di cui parlano costoro sui
giornali, nei congressi di partito?... Abbiamo letto di sussiegosi editorialisti
che si autoproclamano unica gente perbene di fronte all'avanzare di barbari. Ma
mai un moralista col ditino alzato ha dato tensione morale al suo popolo. Ha
sollevato risolini. L'ipocrisia è il seme della vera immoralità. Solo chi
desidera veramente esser felice ha una attenzione morale alla vita. Altri si
sono messi a spiegarci che siamo tutti meticci. Bella scoperta. Il problema non
è che siamo meticci. Ma di chi sei amico. In questi mesi, su certi fogli o
siti, una forza organizzata di terrore ci ha mandato a dire che noi amiamo la
vita mentre qualcuno ama la morte. Ecco, come si fa ad esser meticcio con chi
cerca la morte? Chi ama la vita, da religioso o da laico, trova che desiderare
la felicità è il segno della dignità della persona. E che il mondo non è un
luogo da evitare in questa ricerca. Non si cerchi la felicità solo in vacanza,
e senza ammetterlo. La si cerchi anche in mezzo ai doveri quotidiani, nella
consuetudine con la fatica e con il problema. E anche nelle contraddizioni gravi
della storia. La si cerchi, questa bella ragazza, che è apparsa tra gli scogli,
sui riflessi dell'acqua, o nelle lunghe sere tra le prime stelle. La si cerchi,
le si gridino dietro i mille nomi che sembra indossare. E la si chieda al cielo.
Solo così queste vacanze non saranno state un passatempo da cani.