Tragedie dell'immigrazione
Quel crimine sulla pelle dei disperatiDavide
Rondoni
("Avvenire", 20/8/’06)
La morte per acqua è una
delle più terribili. C'è tempo di sentirsi morire. C'è tempo di sentire che
non ce la fai. A questo stiamo condannando tanti uomini e donne vicino alle
coste dove si cerca svago. Molti hanno scambiato il problema dell'immigrazione
per un problema di parole. Come se il problema fosse dividere gli italiani in
chi ha buona educazione ed è aperto agli altri e chi no. Troppo facile
discutere di immigrazione discettando solo su cittadinanza, diritti, burocrazia,
riti di giuramento, multiculturalismo. Come se il problema fosse fare o no la
spiaggia riservata alle signore in "chador". Banalizzando. Per così
dire distraendosi.
No, innanzitutto l'immigrazione è questa faccenda orrenda di annegamento e di
disperazione. Di uomini affogati come bestie. Di uomini che sentono il proprio
respiro afferrato da una mano che non lo lascia. Che li tira giù, e toglie la
luce dagli occhi, i volti amati dagli occhi, e ogni sogno di costa svanisce. È
questa morte indegna di centinaia, di migliaia di persone che ieri ha celebrato
il suo ultimo capitolo. Gente che attraversa il mare al buio. Per vedere se
oltre il buio c'è qualcosa da mangiare. È una faccenda torbida di soldi
passati di mano, di risparmi, di debiti buttati via per trovare un posto nel
barcone. Una storia torbida e dura di donne che affidano i bambini al mare, di
uomini che seguono, a tutti i costi, la più facile delle illusioni: che altrove
sia meglio.
Coloro che arrivano a tanto sono mossi da calcoli miseri, da disperazione e da
seduzioni. Per prendere il mare. E rischiare d'annegare. Non credo che non
sappiano cosa rischiano. Forse confusamente. Ma lo sanno. Forse sono imbrogliati
da coloro che in cambio di non pochi soldi gliela fanno facile. Come se
l'Italia, l'Europa fossero lì, appena di là dalla notte. Ma la notte a volte
non sopporta d'essere violata, d'essere usata. E rovescia le illusioni degli
uomini. Rovescia le loro barche.
Non è solo fatalità. Ha detto bene Giuliano Amato, il "dottor
sottile" che si trova a gestire una grana grossa e delicatissima, l'onda
immensa di immigrazione. E ha di fronte la marea dei soprusi che vengono prima e
che vengono dopo. Ha usato quella parola forte. Non è solo una fatalità,
legata alla disperazione e ai moti che sempre ci sono di migranti verso il
benessere. No, qui c'è del crimine, ha detto. E ha lanciato un invito forte.
«Confido che la magistratura dedicherà alla ricerca dei responsabili lo stesso
impegno interno e internazionale che giustamente dedica a reati meno gravi di
questo. Nel suo lavoro avrà tutto l' appoggio del governo italiano e degli
altri governi interessati. Vediamo - ha concluso Amato - se riusciamo a
scardinare una buona volta le organizzazioni criminali che mettono
quotidianamente a repentaglio tante vite nella traversata del Mediterraneo».
Come dire che l'immigrazione è una mafia. Una mafia che non sta in piedi solo
grazie all'iniziativa criminale per così dire "spicciola" di
improvvisati affittabarche. No, è una mafia ben organizzata. E come tale va
combattuta. Senza confondere vittime e carnefici. Ma senza nemmeno fermarsi ai
buoni propositi di una impossibile accoglienza di tutti coloro che verranno
scaricati sulle nostre coste. Perché anche se noi vogliamo essere buoni, e
accogliere chi viene per bisogno, c'è sempre il mare, e c'è la notte, e il
rischio di un viaggio che non si dovrebbe fare in quel modo. Un crimine, una
mafia, un "business". Che le autorità hanno il dovere di contrastare perché si
gioca sulla pelle di tanti uomini e donne. E sulla pelle dell'Italia.