Preghiamo per il Papa e la Turchia

RITAGLI   Perché Dio non distolga lo sguardo   DOCUMENTI

Davide Rondoni
("Avvenire", 25/11/’06)

Siamo con il fiato sospeso. Come di fronte a un fatto davvero importante. Sentiamo che quel che sta per accadere ci riguarda tutti. Il Papa va in Turchia. Il Medioriente intanto è in fiamme. Beirut, Baghdad, Gaza... Tensioni con Teheran. Poco più in là bande violente in Nigeria, in Somalia, in Sudan... Interessi enormi muovono lo scacchiere politico e spesso i mirini delle armi. Storie millenarie si incendiano in contraddizioni recenti. L'entrata o un legame della Turchia con la Ue agita l'opinione pubblica della vecchia Europa: paura dell'immigrazione, mutamenti di mercato, islamizzazione, deficit di democrazia e di libertà. In questo contesto, il Papa va. Il 28 novembre sarà in Turchia per una testimonianza di fede e di ecumenismo. Un richiamo a tutti perché si punti al bene, più che agli interessi particolari e ai puntigli ideologici. E si punti, dialogando, al vero, più che a un conversare ipocrita.
C'è da tenere il fiato sospeso. E si pensa: che cosa si può fare, dunque, perché il viaggio contribuisca al bene? Si viene un po' presi da sgomento. È così complessa la situazione, difficile da capire. E spesso i media non aiutano a comprendere. E allora si resta un po' storditi. E col fiato sospeso. Non si sa cosa fare. Come gente che sta esposta alla balaustra della storia. E guarda, con sgomento, quel che si agita tra le onde e i marosi dei giorni. E ci si sente un poco impotenti. Molti, dopo un'occhiata al mare confuso degli eventi, si ritirano. Piegano lo sguardo sul daffare quotidiano. Con un pensiero avvelenato: il mondo non mi riguarda, io che c'entro con tutto questo? Invece un'azione è possibile. Un'azione semplice. Che tutti, se vogliono, possono compiere. La compivano spesso i padri dei nostri padri.
E specialmente le madri delle nostre madri.
Una preghiera per il Papa. La facevano senza tante storie. Come se fosse una cosa giusta da fare. Come un semplice, enorme dovere. Mentre altri si occupavano delle questioni politiche. E mentre chi, per responsabilità e per destino, si trovava seduto ai tavoli dove si prendono le decisioni. La loro parte sentivano, sapevano, che era questa. Una preghiera per il Papa. Lo si faceva, lo si può fare. Da soli, fermandosi per la strada. O insieme. In parrocchia o in gruppo. Ci vuol poco, da un certo punto di vista. E ci vuol tanto. Nel senso che occorre avere una grande coscienza del mondo. E di Dio. Per questo preghiamo anche per la Turchia. Ci vuole la coscienza semplice di chi non separa Dio dalla storia. E allora si rivolge a Lui.
Una cosa che tutti possono fare. Sia chi capisce molto di politica, e vede che la situazione è delicata. Sia chi non ci capisce niente, e vede anche che la situazione è delicata. Per il Papa e perché il suo viaggio vada nel senso della sua stessa preghiera e intenzione. Per la pace. Per la causa ecumenica. Per il dialogo interreligioso. E per la vita della Chiesa, la cui presenza è speranza per tutti. Ci vuol poco. E ci vuol tanto. Ci vuole di sentirsi in viaggio con il Papa. Nello stesso viaggio per la Turchia e per il mondo. Per la Turchia che è ad ogni angolo delle nostre città. E ad ogni angolo dei nostri cuori. Una preghiera perché Dio non distolga lo sguardo. Perché non faccia come noi. Che ci dimentichiamo del bene. E delle persone, e del bisogno di pace e di serenità. Una preghiera, sapendo che anche gli islamici pregano: loro e noi abbiamo un Dio solo.
Cosa ci vuole a dire una preghiera? La possono dire anche i bambini. I poveri e i ricchi. I colti e gli analfabeti, i condottieri e i fanti, i sani e i malati. È una azione potente. Che già tante volte ha operato nella storia. Suscitando santi, e testimonianze inaspettate. E ha toccato cuori induriti. Un potere misterioso. Quel Potere che molti piccoli poteri che si credono grandi vorrebbero lasciare fuori dalla storia. Finendo con costruire teatri tremendi per la vita umana. Una preghiera la possiamo dire tutti.