LA RESURREZIONE, SPERANZA DI OGNUNO

RITAGLI   Laici e cristiani, guardate:   DIARIO
oggi è una festa per tutti

Davide Rondoni
("Avvenire", 8/4/’07)

È la festa più cristiana. Ed è quella più laica. Verrebbe da dire che poiché è la più cristiana è anche la più laica, e viceversa. Si potrebbe dire, se le parole, queste importanti parole di laicità e anche di cristianesimo non ce le avessero un po' consumate. Se non ci avessero un po' confuso le parole - e anche le menti - questa risulterebbe la festa più importante per i cristiani. E anche per i cosiddetti laici. O meglio: per i laici che amano la vita. Che la amano concretamente. Che la amano davvero, appassionatamente e materialmente. Perché quando si festeggia la Resurrezione di Gesù si fa, certo, una gran festa per Lui. Insomma, si è innanzitutto contenti per Lui, per la notizia storica, accertata, che lo riguarda e che da quel sepolcro continua a espandersi e viaggiare: la morte non ha più dominio. Siamo dunque contenti per lui, il più amabile tra i nati di donna. Che pur essendo Dio ha patito come un cane, andando a morte come un condannato.
Ma, subito dopo, e quasi insieme a lui, siamo contenti e si fa festa per noi. La sua Resurrezione ci fa contenti perché riguarda noi, la nostra "materialissima" vita, e quella dei nostri cari. Soprattutto coloro dei quali non vorremmo mai veder finire la presenza, sparire il corpo, il dolce viso. Ci viene da far festa perché quella sua personale resurrezione è come un segnale nella notte. È come un motivo di conferma per la nostra (di tutti, cristiani, laici) speranza feroce e affamata di vita. La morte non ha più dominio.
Oggi non si festeggia un'idea. Non si festeggia una bella idea, nemmeno una bella idea su Dio. Oggi si fa festa per un uomo, corpo e personalità, legamenti e cuore, mente e sguardo, che dalla morte è tornato alla vita. Oggi si fa festa perché Dio ha fatto quel che speravamo facesse. Ha fatto il suo dovere di Dio, se ci è consentito dirlo. Ha fatto quello che tutti, laici e cristiani, desiderano davvero, se amano la vita più delle proprie idee o delle proprie medesime convinzioni: un uomo, un uomo concretamente, "laicamente", materialmente inteso, è sfuggito alla custodia della morte. È successo un fatto, non si è ripetuta una malinconica aspirazione. E questo fatto straordinario ci induce a pensare che la morte non è l'ultima parola su di noi, sulle piccole teste dei nostri bambini, sullo sguardo che ci colpisce dello sconosciuto, o su quello che implora giustizia sperduto o catturato. Solo un fatto induce a sperare, lo sa il laico, e anche il cristiano. Oggi non si festeggia la naturale aspirazione degli uomini a che la vita riprenda, come un ciclo stagionale che segue l'altro, come una primavera dopo l'inverno. Non si festeggia una aspirazione, la si compie. Oggi non ci si mette a far prediche, a infilare parole dietro a un'altra per ricordarci che sì, sarebbe bello se la vita non finisse, che si rompesse il limite che ci viene incontro in malattie, caducità e difetti di ogni genere. Oggi si dice ai cristiani, e anche ai laici: guardate. Lo dicono innanzitutto le donne che corse al sepolcro lo trovano vuoto. E non si perdono in chiacchiere. Potevano farlo. Ma stavolta non devono, non hanno da fare chiacchiere, devono annunciare. Alle donne è affidato il primo, il bellissimo compito. Di dare la vita, sì, ma anche di annunciarne la resurrezione. Oggi si faccia festa.
L'unica festa che non si fa per "dimenticare" la morte, ma per annunciare che tra le sue file, tra i suoi immensi schieramenti si è incuneato uno, che noi cristiani chiamiamo il nostro Signore e i laici Gesù di Nazareth, e la sua vittoria è certa.