Un episodio tra polemiche violente ed esternazioni da ogni parte

RITAGLI     Renzo nel "Lazzaretto"     DIARIO
e quel dialogo sulla giustizia

Davide Rondoni
("Avvenire", 7/10/’07)

«Chi sei tu, verme della terra, per sapere cosa è la giustizia?». Queste parole mi hanno colpito l’altro giorno. Ma non venivano da una trasmissione televisiva, non era la replica di qualche politico a qualche magistrato o viceversa. No.
Ero in un posto "strano", nel centro di Milano.
Non tanti lo sanno, ma in quel luogo, dove sorge una chiesetta detta di San Carlino c’era il grande "Lazzaretto" della città. Il luogo degli "appestati".
Che per secoli ha visto tra i propri archi, nelle casupole e capanne che lo gremivano, lo spettacolo di una umanità colpita dal male e sorretta dalla pietà. I Cappuccini hanno aperto una mostra su tale luogo. E mi hanno invitato.
Mentre intorno infuria la polemica sulla giustizia, sono entrato in quella chiesetta gremita di gente e ho aperto un libro che dovevo commentare. Sì, quelle parole vengono da una pagina di
Manzoni, una di quelle che ci dovrebbero aver fatto leggere a scuola, e magari lo han fatto così male che non ce ne ricordiamo per niente. È padre Cristoforo a pronunciarle, davanti a Renzo, che medita vendetta in quel luogo infame, contro colui che lo ha separato dalla sua Lucia. Tu cosa ne sai della giustizia, gli dice quasi a sorpresa, il frate cappuccino, a viso duro. Si trova di fronte a un giovane che cerca la sua fidanzata, che vuole una cosa giusta, insomma, e però quando prevale in lui una avversione, una vendetta, quando invece che il senso della giustizia prevale il risentimento, l’odio, allora il frate gli grida quella frase.
Intorno c’è lo spettacolo di una umanità dolente, colpita e abbandonata, bisognosa di tutto. Per padre Cristoforo, che sa cosa è l’odio avendo lui stesso ucciso, e sa cosa è il perdono, è insopportabile quel "fantoccio" d’uomo che presuntuosamente pensa di sapere cosa è la giustizia, e che vuole applicarla a modo suo, seguendo il proprio desiderio di rivalsa. Un "fantoccio" d’uomo. Se gli italiani resistono a ridursi solo a "telespettatori", se insomma per quanto inconsapevolmente, forse distrattamente, non si fanno trascinare in un "circo" in cui sulla giustizia se ne sentono e vedono di tutti i colori, è perché hanno dentro quel dialogo. O se non ce l’hanno, c’è qualcuno che ogni tanto lo ricorda loro. Che fa in modo che quel dialogo drammatico, in quel teatro durissimo e reale, in quella piazza di dolore, non vada del tutto perso. Quando tacerà, quando sarà del tutto silenziosa la memoria del Lazzaretto, e del dialogo tra Cristoforo e Renzo, allora l’Italia sarà finita. In questi giorni, tra strani rilasci dal carcere, polemiche violente, esternazione da ogni parte, pare di vivere in un "circo" dove pur in mezzo a tanti dolori tanti "Renzo" presumono di sapere cosa è la giustizia.
Forse dipenderà da dialoghi come quello, da incontri come quello nel Lazzaretto di Milano, dove i motivi di lamento certo non mancavano, incontri con uomini come Cristoforo; sì, forse dipenderà da questi incontri se la giusta ansia, la sacrosanta insofferenza davanti al sopruso non diventerà "benzina" per l’odio. Leggevo quelle pagine, l’altro giorno, dinanzi a una platea che i Cappuccini avevano radunato. Tanta gente, a far memoria del Lazzaretto e dell’opera di pietà dei Fra Cristoforo, Fra Galdino. Quel cuore ferito di Milano, quel luogo reso oscuro e benedetto da tanto dolore, e quelle parole scambiate tra Cristoforo e Renzo stanno come una "zattera", come un pezzo di legno a cui attaccare l’Italia tra le onde che salgono.