Siamo soffio, accento
d’eterno
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Davide
Rondoni
("Avvenire",
2/11/’07)
Oggi la notizia è la morte. Ma
non come tutti gli altri giorni. Quando la morte di uno o di tanti ci arriva
come notizia, violenta e penosa, e pur così consueta, triturata e quasi "predigerita"
per il fatto stesso d’esser divenuta titolo o articolo sui giornali o in tv.
No, oggi la morte arriva come notizia che ci riguarda. Siamo una società
dominata dalla morte, dal suo sentimento e dalla sua "spettacolarizzazione".
Nutriamo depressioni e sensi opprimenti del limite, nell’arte spesso esibiamo
corpi in preda ad anatomie o autopsie. E notiziari e vari "youtube"
pullulano di immagini di morte. Di "sorella morte", come la chiamò rispettoso e
familiare il primo grande poeta e santo italiano, facciamo spesso carnevale e
commedia, esorcizzando. A volte simpaticamente. A volte, con più banale e
oscura ovvietà, seguendo mode e misere magie.
Fissata in un tempo in cui non c’erano giornali e tv, la ricorrenza della
memoria dei defunti arriva a ricordarci la notizia della nostra stessa morte,
che per così dire inizia e più ci duole in quella dei nostri amati. Arrivava
sui calendari e oggi sui giornali la notizia che portiamo scritta nelle ossa,
nel correre del sangue, tra le linee della mano: siamo qui provvisori. Siamo
meno di un soffio: così avrebbero dovuto titolare oggi i giornali. E forse
avrebbero offerto, una volta tanto, un colpo salutare. Un salutare scoramento,
un venir meno di sicurezze cristallizzate, una ferita. Siamo un soffio in un
turbinoso e vasto movimento di astri e millenni. Ben prima che la scienza ce lo
facesse vedere, e analiticamente calcolare, i salmisti e i poeti da sempre
dicevano che la vita di un uomo è un "quasi" niente nel gran teatro
della vita. Notizia dunque che ben più di altre abbatte la nostra superbia e la
ubriaca alacrità con la quale tutti, o quasi tutti, sembriamo presi dal breve
giro degli affanni, dei tornaconti immediati. E notizia che ben più di altre
innalza la nostra dignità: non siamo fatti solo per misurarci e compierci in un
soffio d’anni, ma per confrontarci con il grande mare dell’eterno che si
apre dietro a quella porta.
La morte è un problema della vita. Un "laicissimo" e religioso
problema della vita. Come dire: un ragionevole problema. Da come guardiamo la
morte – altrui e nostra – si capisce come guardiamo la vita. Siamo quasi
niente. La morte dunque è la conferma del nostro niente? O al contrario la
conferma, del nostro esser "quasi" niente? In altre parole, è una
sorta di coperchio finale che cala sulla nostra esistenza breve o lunga, e
sigilla nel nulla tutto quel che abbiamo vissuto e sentito? O è una specie di
accento finale, di intonazione ultima data alla vita, di accordo trovato tra il
tempo e l’eterno, tra il finito e l’infinito? Mille e mille sono i modi con
cui gli uomini hanno immaginato di trovare questo accordo. Mille i modi con cui
hanno cercato di modulare questo accento, di lanciare il ponte tra tempo e
durata oltre di noi. Modi religiosi e modi idolatri.
Oggi prevale la cura della fama, come se essa piccola o grande che sia,
assicurasse un merito alla vita. Durare sì, nelle chiacchiera degli uomini o
nelle intitolazioni delle strade. I famosi sembrano i più fortunati e forti tra
gli uomini. Ma "l’uom s’etterna" solo perché la sua fama dura
oltre la sua fine? O forse, come ha espresso Dante, la fama è la preoccupazione
un po’ isterica di intellettuali come Brunetto Latini, una finta, una
"malacopia" dell’eterno? Solo l’incontro con Beatrice, con una
presenza amata e piena di grazia, introduce l’uomo a sperimentare la vertigine
e il mistero buono dell’"al di là", dell’eterno che inizia nel tempo e ci
chiama. Senza quell’incontro, la memoria dei morti diventerebbe solo un
incubo, un farsi amaro sangue, un’ombra da cui dopo breve sosta fuggire, come
nelle struggenti epigrafi antiche.
Invece oggi li ricordiamo, i nostri cari morti, con dolente desiderio. Sapendo
che l’aggettivo cari è più importante e duraturo di quell’altra parola lì
accanto.