Nella crisi
della civiltà, la lingua poetica può aiutare a capire cosa ci sta a cuore:
è capitato con grandi autori, capiterà ancora.
Per chi
scrive versi, intervenire in dibattiti su un’epoca in cui si discute di
civiltà
mette timore.
Non politico, non teologo, è il poeta.
Abbiamo visto ottimi poeti aderire a ideologie orrende, o non opporsi con
coraggio.
Ma nella loro opera è presente qualcosa di più.
DAVIDE
RONDONI
("Avvenire",
15/1/’08)
La poesia appartiene a
quell’esperienza della lingua in cui si prova a dire "quel che non si
sa". Accade a tutti, non solo ai poeti. Se qualcosa ci colpisce davvero (un
amore "storto" o dolce, un dolore, un accidente qualsiasi imprevisto,
una notizia, o una città che si apre ai nostri occhi quando giriamo l’angolo),
allora le parole, ameno per un istante, non riescono più a essere
"solite". La lingua, per così dire, si riaccende. E si cercano le
parole per mettere a fuoco quel che ci ha colpito. Come quando diamo
"soprannomi" alle persone amate, ai piccoli o alle donne. Vengono,
quei soprannomi. Sembriamo scemi. Diciamo: cucciolo mio, cavallino; diciamo:
stellina mia, o dromedario mio, o cosa diavolo ci viene da dire. Sono un modo
per decorare quelle presenze, come posare un fiore sui capelli. Ma sono anche di
più: si tratta del modo primario, più naturale che abbiamo per cercare di
mettere a fuoco quel che ci colpisce in certe presenze.
La poesia non nasce in strani "laboratori" della lingua, tra amanti di
libri polverosi. Nasce per la strada, e ovunque, quando un tizio che può avere
una vita normale o speciale, o una vita così così, poco importa, si lascia
colpire dal continuo avvenimento dell’esistenza.
Indicherà la luna, ne proverà a mettere a fuoco la presenza amica o forse
indifferente... O una ragazza in bicicletta, o una notizia dura sul giornale. La
chiamavano "ispirazione". È una parola antica e giusta. Una parola
senza più "corona". A volte anche lei ondeggia un po’ ubriaca o smarrita. Ma il
suo sguardo e i suoi gesti non falliscono. Il mondo chiede di essere messo a
fuoco al di là delle prime apparenze. Ci invita. I poeti fanno questo lavoro
con le parole.
Altri lo fanno con alambicchi e microscopi. O con l’aratro sul campo o lo
scalpello sul marmo.
Per cercarne il segreto. Che non smette di parlare, di sollecitare.
Dante fu colpito dall’avvenimento di Beatrice, «venuta da cielo in terra a
miracol mostrare» e volle mettere a fuoco il senso di quell’incontro. Perciò
scrisse la sua fantastica "Commedia". Aveva la vita come motivo, come
motore del suo poema del movimento. E tanti leggano e ascoltino, mettendo a
fuoco la propria vita.
In questo tempo duro chi non è solo un "sopravvissuto" fa esperienza della
poesia. Non c’è niente di peggio, diceva il grande Péguy, che avere un’anima
"bell’e fatta". Un’anima confezionata. La poesia rompe le
"confezioni".
Per chi scrive poesie, intervenire in dibattiti su un’epoca in cui si discute
di civiltà e della sua permanenza o "metamorfosi" mette quasi timore.
Non politico, non teologo, è il poeta.
Quando mi invitano (e ciò accade di raro, per fortuna) a riflettere su queste
cose, per qualche minuto vorrei aver studiato più filosofia, o più storia, o
più politica, insomma qualsiasi cosa invece di aver letto questi "mucchi" di
poesie. Poi i minuti passano. E le poesie che mi sono restate dentro come voci
offrono "intonazioni". Loro, le poesie, non mi tacciono dentro e danno
un suono, un tono alle idee. Come cantare con dietro un coro. Più che alla mia
competenza mi affido al "coro" di voci antiche e recenti che mi
abitano. Poeti che hanno dato voce al farsi e disfarsi, alle crisi di nascita,
di crescita, di tante civiltà...
Da Omero a Virgilio, da Baudelaire a Eliot, da Leopardi a Pound, da Ungaretti a
Luzi... Insomma, andiamo in giro in tanti, per così dire, e io in quel coro,
minima tra le voci, mi confondo e m’appoggio...
Dalla voce dei poeti, qualunque fosse il loro punto di vista nell’"agone"
politico del momento, impariamo che lo stato di crisi di una civiltà è, in
senso profondo, lo stato permanente. Abbiamo visto ottimi poeti aderire a
ideologie orrende, o non opporvisi con il coraggio o la lucidità necessari. Ma
quale che fosse l’adesione personale a errori politici – il che per un
filosofo o "politologo" è grave – nella loro poesia è ugualmente
presente qualcosa di più. Il discorso della loro poesia sulle crisi della
civiltà resta sempre fertile di provocazioni. Il susseguirsi e il rincorrersi
delle crisi di una civiltà possono essere il suo "irrobustimento", la
sua vita interiore che procede in maniera non scontata, con acquisti
imprevedibili, secondo dinamiche non lineari. Dal modo in cui quei grandi poeti
parlarono delle crisi delle loro epoche viene l’invito a non dare troppa
importanza all’elaborazione di un messaggio politico di breve
"gittata". Un secolo come quello appena trascorso ha elaborato le più
efferate ideologie, i più spietati totalitarismi, e una radicale avversità a
Dio. Intanto però scrittori e poeti lavoravano proprio negli "abissi"
delle ombre della libertà, dove nessuna ideologia giunge coi suoi finti
"lumi". O scendevano nelle indagini su un Dio misterioso. Ora quest’epoca
che viviamo ha visto finire certe ideologie manifeste. E il problema di Dio, che
molti intellettuali organici davano per "eclissato" dalla convivenza
umana, invece splende "tremendo" e affascinante. E dobbiamo, anche faticosamente,
imparare di nuovo a riconoscere cosa ci sta a cuore della nostra civiltà.