PIANETA CINA

Parla il vescovo emerito di Kaohsiung:
«Siamo una piccola realtà e una porta per la grande Asia».

RITAGLI     Il cardinale Shan:     SPAZIO CINA
«Taiwan, ponte fra Roma e Pechino»

«Nell’isola il futuro della Chiesa cattolica è legato ai laici e ai movimenti,
nella Cina continentale alla sfida della libertà religiosa».

Francesco Rositano
("Avvenire", 22/8/’07)

«A Taiwan il futuro della Chiesa cattolica è sempre più legato alla capacità di coinvolgere i laici e di saper valorizzare i frutti che maturano all'interno di essa, ad esempio i movimenti ecclesiali. In Cina, invece, il futuro della Chiesa è legato al governo di Pechino e al modo con cui esso affronterà il problema della libertà religiosa nel Paese».
A parlare è il
cardinale Paul Shan Kuo-hsi, 84 anni, gesuita, vescovo emerito di Kaohsiung, città nel sud di Taiwan, piccola isola dell'estremo Oriente, da anni in cerca della sua indipendenza formale dall'ex "Celeste impero", che continua a considerarla una sua provincia.
Per anni il cardinale Shan, come presidente della "Conferenza episcopale taiwanese", si è impegnato per portare a termine la missione speciale che Giovanni Paolo II ha affidato alla sua Chiesa nel 1984: quella di essere un «ponte» tra la Chiesa universale, le comunità cattoliche della Cina continentale e il governo di Pechino, con cui la Santa Sede non ha rapporti ufficiali. Proprio per queste ragioni la nunziatura è stata stabilita a Taipei e non a Pechino, anche se - come ha ribadito
Benedetto XVI nella recente "Lettera ai cattolici cinesi" - «nel momento in cui si perviene a un accordo con il governo, il trasferimento della nunziatura della Santa Sede in Cina può avvenire in qualsiasi momento».

Quali sono le caratteristiche della Chiesa cattolica a Taiwan?

«Si tratta di una Chiesa molto piccola - risponde il porporato - ma anche giovane: nel 2009 celebrerà il 150° anniversario. Prima della "Seconda guerra mondiale" in tutto il nostro territorio c'erano soltanto 10mila cattolici e mille missionari appartenenti all'ordine dei domenicani e Taiwan era soltanto una prefettura apostolica. A partire dal 1949, dopo la conquista della Cina da parte dei comunisti, il numero dei preti aumentò tantissimo: negli anni '50-'60, a Taiwan c'erano 11mila sacerdoti e 250mila cattolici. Questo incremento era dovuto al fatto che a tutti i sacerdoti che erano andati all'estero per studiare fu impedito di rientrare in patria, me compreso. Altri invece furono cacciati dal governo di Pechino».

Come cambiò di conseguenza la situazione sull'isola?

«Taiwan nel giro di pochi anni vide fiorire grazie a questi missionari un gran numero di opere: chiese, scuole, ospedali, orfanotrofi. E ci furono molte conversioni. Anche perché c'erano molti rifugiati che si erano ritrovati senza più le loro terre, la loro famiglia ed avevano bisogno di sostegno spirituale. Quando, però, questi rifugiati sono riusciti a migliorare le loro condizioni materiali di vita, aprendo un'attività e trovando una stabilità in questo Paese, cominciarono ad allontanarsi dalla religione. Oggi il problema è che i sacerdoti stanno diventando anziani e molti sono ammalati. Questa è la situazione della Chiesa a Taiwan: 300mila cattolici su un territorio di 23 milioni di abitanti. Devo confessare che abbiamo poche vocazioni. Proprio per questa ragione la Chiesa negli ultimi vent'anni ha cercato di formare i laici e di valorizzare un comune fenomeno nella Chiesa di tutto il mondo: il fiorire dei movimenti ecclesiali».

Come sono le relazioni tra la Chiesa di Taiwan e la Chiesa cinese?

«Molti cattolici vengono dalla Chiesa cinese. Abbiamo pubblicato insieme i libri liturgici; i documenti della Chiesa tradotti a Taiwan, sono usati in Cina. Naturalmente questo è avvenuto prima della "Rivoluzione culturale". Successivamente, l'unico modo di comunicare fu quello di creare un'emittente radiofonica, "Radio veritas", che si trovava a Manila e faceva dei programmi che arrivavano anche in Cina. Poi quando furono eliminate le barriere che impedivano qualsiasi spostamento verso l'ex "Celeste impero", abbiamo iniziato ad inviare professori di filosofia e di teologia e abbiamo messo a disposizione tutte le nostre risorse: materiali, finanziarie e spirituali. E poi quello che ci rimane da fare è pregare, soprattutto».

Quale sarà il futuro di Taiwan se la nunziatura verrà trasferita a Pechino?

«Come ha già ribadito la Santa Sede, la nunziatura può esser spostata da un momento all'altro, ma non dipende da noi bensì soltanto dal governo di Pechino. Noi speriamo che i "leader" del governo di Pechino capiscano che la Chiesa cattolica non è un'organizzazione da temere. La Chiesa cattolica vuole soltanto servire le persone ed i loro bisogni. Ma per ora il governo di Pechino ha altre priorità: soprattutto quello di fare passi avanti nell'economia e nella finanza mondiale. La nostra speranza, sostenuta dal fatto che i "leader" attuali sono molto più aperti di quelli del passato, è che la Cina si apra gradualmente alla democrazia, alla libertà, al rispetto dei diritti umani, alla libertà religiosa di base».