Amico
dei trappisti uccisi nel 1996 in Algeria, era con loro quando vennero rapiti.
Stasera nel Duomo di Milano si farà voce del loro messaggio di pace.
«Oggi come allora, fedeli alla verità nell’amore».
Thierry Becker: «Dal loro esempio la forza di incontrare l'islam».
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Don Thierry Becker, da 44
anni sacerdote della diocesi algerina di Orano, era a Tibhirine, ospite del
monastero di Notre-Dame-de-l'Atlas, quando la notte tra il 26 e il 27 marzo 1996
i fondamentalisti islamici rapirono padre Christian de
Chergé, il priore suo
intimo amico, e altri sei trappisti. Era con loro, sotto lo stesso tetto.
Nell'abbraccio della medesima vocazione - essere uomini di pace e di fraternità
nel nome del Vangelo in un'Algeria straziata dalla violenza. Non li avrebbe più
rivisti in vita, i suoi amici. Una notte scolpita nella memoria.
«Ma questa è aneddotica», si schernisce alla richiesta di raccontare quelle
ultime, drammatiche ore. «Quel che conta è l'eredità dei monaci di Tibhirine:
un messaggio di povertà, di abbandono nelle mani di Dio e degli uomini, di
condivisione con tutti della fragilità, della vulnerabilità, della condizione
di peccatori perdonati. Nella convinzione che solo disarmati si può incontrare
l'islam e scoprire nei musulmani una parte del volto totale di Cristo».
È il messaggio che don Thierry porterà stasera alle 21 nel Duomo di Milano,
dove si svolge l'incontro dal titolo Vinci il male con il bene, tappa
dell'itinerario Incontro allo straniero. Dialoghi di Quaresima 2006.
Claudia Koll e Mattia Sbragia leggeranno passi degli scritti dei martiri di
Tibhirine; don Thierry aggiungerà la sua voce di testimone.
Ecco il punto. Le parole di don Thierry non sono il distillato di un esercizio
di buonismo salottiero. Questo prete è un testimone. Che ha condiviso il
calvario del popolo algerino. Che s'è visto portare via gli amici di Tibhirine.
Che era vicario generale a Orano quando il 1° agosto 1996 il suo vescovo,
Pierre Claverie, venne ucciso assieme a un giovane amico algerino. Sangue
cristiano e sangue musulmano versati insieme.
Insieme si patì in quegli anni di violenza, fra l'incudine dell'islamismo
radicale armato e il martello della repressione governativa; insieme si deve
percorrere il cammino che unisce verità, memoria e riconciliazione. «Proprio
il desiderio di accogliersi nella verità ci aveva convocati dieci anni fa a
Tibhirine - spiega don Thierry - . Là si svolgeva in quei giorni l'incontro di Ribat
es-Salâm, il Legame di pace, un gruppo di dialogo islamo-cristiano
che mirava alla condivisione delle rispettive ricchezze spirituali attraverso la
preghiera, il silenzio, il confronto delle esperienze».
Un cammino interrotto dalla violenza? «No, il Ribat esiste ancora, non
ha rinunciato alla sfida della comunione con le profondità spirituali
dell'islam - risponde don Thierry - . Così facciamo nostro il testamento
spirituale di padre Christian de Chergé, che aveva maturato la scelta monastica
dopo aver avuta salva la vita da un amico algerino durante la guerra di
liberazione, mentre poi quell'amico, musulmano di grande spiritualità, era
stato ucciso per rappresaglia. Christian, di fronte all'eventualità di cadere
vittima del terrorismo islamista, aveva scritto: "La mia morte sembrerà
dare ragione a quelli che mi hanno trattato da ingenuo o da idealista... Ma
costoro devono sapere che sarà finalmente liberata la mia più lancinante
curiosità. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello
del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell'islam come lui li vede,
totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione,
investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire
la comunione e il ristabilire la somiglianza, giocando con le
differenze"».
La "gioia segreta" di padre Christian. La vocazione di Tibhirine. E
del "piccolo gregge" d'Algeria. Nascere come "Chiesa dei
colonizzatori" francesi per compiere un cammino di conversione fino a
diventare Chiesa d'Algeria. Fino a guardare all'islam con lo sguardo di Cristo.
«Siamo oranti in mezzo a un popolo di oranti, amava dire il priore ai
confratelli, i quali - tutti - avevano deciso di restare a Tibhirine anche
quando la violenza era al massimo. Il monastero nel corso dei decenni si
spogliò delle sue ricchezze - racconta don Thierry - , donò quasi tutta la sua
terra allo Stato, condivise il suo grande giardino con il villaggio vicino... I
monaci fecero una scelta di povertà: anche nel senso di abbandono totale alla
volontà di Dio e degli uomini. E con la gente del villaggio nacque una grande
fiducia, tanto che dieci anni dopo i fatti del 1996 al monastero non è sparito
un chiodo, tutto è stato rispettato. Anche il futuro di quel luogo santo è
nelle mani degli algerini».
E il futuro della Chiesa d'Algeria? «La nostra presenza è apprezzata sul piano
delle opere sociali, culturali e di carità. Nulla di ciò viene fatto senza
collaborazione con i musulmani». E sul piano della libertà religiosa? Ad
esempio: qual è la sorte del musulmano che si converte al cristianesimo? «C'è
libertà di culto, ma verso i convertiti l'ostracismo sociale è totale. La
società e le famiglie non accettano le conversioni, le vivono come un
tradimento, una ferita. I convertiti oggi sono pochi, legati principalmente
all'iniziativa di gruppi evangelici. Per noi cattolici la priorità resta il
dialogo con tutti, il mettere a disposizione di tutti le nostre ricchezze
spirituali e culturali, fedeli alla verità nell'amore».