Dalla Puglia a Sarajevo,
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Eucaristia e «Pax Christi»
Lorenzo
Rosoli
("Avvenire", 22/12/’07)
«Carissimi, non
obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi "Buon Natale" senza
darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea
di dover rivolgere auguri innocenti, formali, imposti dalla "routine" del
calendario». È l’"incipit" di un’"irrituale" lettera
natalizia dell’indimenticato vescovo Antonio
Bello, che
prosegue: «Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli! Gesù che nasce
per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali
e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di
silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e
faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non
avete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di
passaggio». E avanti così, chiamando a raccolta Maria e Giuseppe, gli angeli,
i pastori, i poveri, come a disegnare un presepe che nulla ha di consolatorio o
intimistico per additare invece la fonte della gioia vera e della speranza che
non muore, accolte dal credente nelle incandescenze della storia.
In quella lettera d’auguri – chi volesse leggerla per intero la trova nel
"sito internet" di "Pax
Christi" –
c’è tutto «don» Tonino, il suo modo d’essere cristiano e cittadino,
fratello e padre. Evangelicamente provocatorio. Con le parole ma prima di tutto
con la vita. Ed è un bel regalo di Natale che l’annuncio dell’avvio della
causa di beatificazione sia stato dato dal suo successore a Molfetta, il vescovo
Luigi Martella, a pochi giorni dal Natale e nell’anno del 50° di sacerdozio e
del 25° di episcopato.
Antonio Bello, nato ad Alessano (Lecce) il 18 marzo 1935, è stato infatti
ordinato prete l’8 dicembre 1957 e dopo vari incarichi nella natìa diocesi di
Ugento – tra Seminario, parrocchia e "Azione cattolica" – nel 1982
viene nominato vescovo di Molfetta-Giovinazzo-Terlizzi e, poco dopo, di Ruvo.
Iniziano così undici anni di dedizione totale alla diocesi affidata alle sue
cure, mentre nel 1985 viene nominato presidente nazionale di "Pax Christi",
divenendo presto "leader" carismatico del movimento pacifista
italiano. L’Eucaristia è il cuore del suo ministero di vescovo e della sua
vita di prete, operoso e contemplativo insieme. Carità pastorale, amore per la
liturgia, riferimento costante alla Bibbia, accoglienza e promozione dei poveri
e degli emarginati. E tanta preghiera. La sua Chiesa va «sul passo degli
ultimi» per abbracciare tutti.
Da presidente di "Pax Christi" si fa costruttore di pace con uno
sguardo che dall’Italia si allarga al mondo: «vigilanza» verso l’industria
bellica e il commercio internazionale delle armi, educazione alla "convivialità
delle differenze", opposizione alla guerra – come quella del
"Golfo", nel 1991. Parole, opere. Gesti. Come, nel ’92, la marcia
della pace in una Sarajevo cinta d’assedio e dilaniata dall’odio etnico. La
malattia che pochi mesi dopo – il 20 aprile 1993 – lo porterà a una morte
prematura, preceduta da un calvario di sofferenze, non gli impedisce di
attraversare la Bosnia infiammata dalla guerra e di sfidare l’indifferenza dei
potenti di fronte all’ennesima strage degli innocenti, per farsi prossimo a
questi ultimi. Per essere con loro, tra loro. Per "intercedere".
Da autentico «servo di Dio», come ora possiamo invocarlo.