ANNIVERSARI

A 30 anni dalla morte, il «vagabondo della carità» francese
che fu il primo protagonista della lotta al "morbo di Hansen", è dimenticato. Troppo.
Non gli diedero il "Nobel" per la pace, nemmeno dopo la famosa richiesta a Usa e Urss
dell’equivalente di due bombardieri per debellare la lebbra.
Ma lui ci è quasi riuscito lo stesso.

RITAGLI    Raoul Follerau: Un modello per i «no global»    MISSIONE AMICIZIA

RAOUL FOLLERAU (1903-1977).

Dagli inizi
della sua "missione",
tutta una vita donata
per i lebbrosi...

Raoul Follerau, instancabile apostolo d'amore!

Jacques Rouiller
("Avvenire", 2/12/’07)

Trascrizione parziale di un’intervista rilasciata da Raoul Follereau il 28 gennaio 1968 a "Tsr" (la tv svizzera romanda) e mai tradotta in italiano.

Follereau, lei è stato soprannominato «l’apostolo dei lebbrosi». Ci dica come ha cominciato la sua crociata.

«È cominciato tutto da un guasto d’auto.
Circa 40 anni fa mia moglie e io eravamo nel Niger, avevamo appena terminato un "reportage" per un grande giornale sudamericano e la nostra macchina aveva superato di 4 o 5 km. un villaggio quando abbiamo dovuto fermarci per sistemare il motore. Mentre l’operazione veniva effettuata, mi sono visto improvvisamente circondato da visi mostruosi sopra corpi famelici. Chiesi a chi mi accompagnava: "Chi sono questi uomini?". Mi disse: "Sono i lebbrosi del villaggio". E perché non sono nel villaggio? "Perché sono lebbrosi, signore". Sono curati? "Ma no, signore, sono lebbrosi". E torneranno un giorno a casa? "Mai, signore, sono lebbrosi"... Dopodiché l’uomo fuggì. Quel giorno ho compreso che esisteva nel mondo un crimine irremissibile, imperdonabile, malgrado ogni castigo: la lebbra. E quel giorno ho deciso di consacrare il resto della mia vita ai milioni di uomini che la nostra ignoranza ma anche – bisogna dirlo – il nostro egoismo e la nostra pigrizia hanno reso lebbrosi».

Dal punto di vista concreto, cosa ha fatto?

«Credo onestamente che non ci sia più Paese al mondo dove si oserebbe mettere un uomo in prigione per crimine di lebbra. Credo che abbiamo aperto delle coscienze e dei cuori, e che quei cuori non potranno più dimenticare e che il movimento di liberazione umano e sociale dei lebbrosi è irreversibile. Dal punto di vista medico, i farmaci hanno fatto un lavoro meraviglioso, ci sono oggi vari milioni di lebbrosi che sono guariti e non solo sono guariti – il che è molto importante – ma hanno riconquistato il lavoro, hanno ripreso il loro posto nella società».

All’epoca non si faceva nulla per loro…

«Sì. All’epoca – bisogna dirlo – e dall’inizio dell’umanità la lebbra passava per malattia inguaribile e molto contagiosa. La società pensava di avere il diritto d’esiliare i lebbrosi, di difendersi poiché tutto quello che poteva attendersi era che contaminassero i loro simili. I lebbrosi venivano così scacciati, nascosti, sepolti nelle foreste e nella "brousse", oppure rinchiusi in quelli che si chiamavano lebbrosari e che invece sono stati troppo spesso – ahimè – delle prigioni, dei campi di concentramento.
Niente si sarebbe fatto per quella povera gente se allora, quando niente era in effetti possibile se non amarli, i missionari non fossero andati a portare la carità e la speranza. Bisogna, quando si parla della battaglia della lebbra, rivolgere l’omaggio della nostra ammirazione e riconoscenza a coloro che – sul modello del lontano e sorridente San Francesco d’Assisi, sull’esempio più vicino a noi di padre Damiano – hanno consacrato la vita ai più doloranti, ai più sfortunati poveri del mondo».

Lei avrà ottenuto risultati nella sua lotta.

«Naturalmente. Il problema era questo. Di fatto l’uomo colpito da questo terribile male ha due malattie: ha la lebbra ed è lebbroso. La lebbra – dicevo – non posso farci niente, non sono medico. Non potevo curarli, ma potevo amarli. Tendendo loro le mani, abbracciandoli. Io e mia mia moglie abbiamo abbracciato 10 o 15mila lebbrosi in 40 anni e così abbiamo anzitutto dato testimonianza che la lebbra non era una malattia così temibile o così ripugnante. E poi riportavo loro ciò che avevano perso: un po’ d’amore. Un po’ di rispetto per la dignità umana cui hanno diritto come persone tanto quanto noi, gente fortunata. Nel frattempo i medici – che sono i veri artigiani, i veri combattenti della guerra alla lebbra – hanno trovato il rimedio. Si sono accorti e hanno potuto testimoniare che la lebbra è in effetti molto poco contagiosa e perfettamente guaribile. Allora tutto diventava – così sembrava – facile. Il malato era liberato dalla lebbra. Ma a che cosa serve – domando – guarire un uomo se resta lebbroso? A che cosa serve strapparlo alla lebbra, se nel nostro cuore resta lebbroso, se un uomo guarito, non contagioso, non può trovare una casa nel suo villaggio, non può sposarsi, non può costituire una famiglia, non può trovare lavoro? Bisognava dunque riabilitarlo socialmente. E devo dire onestamente che questa è stata la mia sfida più difficile.
Perché il malato di lebbra cessi di essere lebbroso, bisognava guarire quelli che stanno bene. Bisognava guarire quelle persone terribilmente fortunate che siamo noi da un’altra lebbra, singolarmente più contagiosa e più sordida e più miserabile: la paura. La paura e l’indifferenza che troppo spesso essa porta con sé».

E le sue difficoltà?

«Le mie difficoltà… All’inizio, è normale, quando mia moglie e io abbiamo cominciato avevamo 55 anni: in due!
Dunque una giovane coppia di ventiseienni è difficile che la si prenda sul serio, soprattutto se si occupano di un problema del genere. La risposta più benevola era: ma sì, bravi ragazzi, voi giocate al Don Chisciotte! I lebbrosi ci sono sempre stati e sempre ci saranno.
Ciò che fate è impossibile... Impossibile?
La sola cosa impossibile è che noi, gente fortunata, possiamo ancora mangiare, dormire e ridere quando 15 milioni di uomini – che oggi sappiamo si potrebbero strappare dalla loro maledizione – muoiono ancora senza cure, senza aiuto, senza amore. È stata questa la battaglia della lebbra».

Dopo 40 anni, quale bilancio può tirare?

«Credo onestamente che non ci sia più Paese al mondo dove si oserebbe mettere un uomo in prigione per crimine di lebbra. Credo che abbiamo aperto delle coscienze e dei cuori, e che quei cuori non potranno più dimenticare e che il movimento di liberazione umano e sociale dei lebbrosi è irreversibile. Dal punto di vista medico, i farmaci hanno fatto un lavoro meraviglioso, ci sono oggi vari milioni di lebbrosi che sono guariti e non solo sono guariti – il che è molto importante – ma hanno riconquistato il lavoro, hanno ripreso il loro posto nella società».

Inoltre lei è all’origine della "Giornata mondiale dei lebbrosi".

«Sì, l’ho fondata 15 anni fa proprio per sensibilizzare, mobilitare, scandalizzare l’opinione pubblica in favore di questi poveri che avevano tutti i titoli per essere considerati quello che sono: uomini. La prima "Giornata mondiale dei lebbrosi" non è stata molto mondiale, devo dirlo: l’epiteto era un poco "ottimista"… Ero alla "Réunion", c’erano forse due dozzine di persone nel lebbrosario di "San Bernardo", qualche litro di vino bianco e due pacchi di biscotti: non è molto da dare a dei lebbrosi. Ma si è brindato, si è bevuto insieme. E questo per loro era più bello di tutto, era più ricco di tutto. 15 anni dopo, la "Giornata mondiale" ha avuto 1200 manifestazioni in 117 Paesi. 32 capi di Stato si sono recati di persona a visitare i lebbrosi e a tendere loro le mani».

Il suo miglior ricordo.

«Forse questo. In una piccola isola dell’Oceano Indiano. Una vecchia donna che la lebbra ha reso cieca, e che da molti molti anni vive chiusa in casa come una bestia in trappola. La missionaria che gli porta i "sulfoni" l’incita a uscire, a fare un giretto al sole; non vuole, non vuole più mostrarsi. Si sente persa, vergognosa, sfigurata; poi è cieca: a che "pro" uscire?
Non ero molto di buon umore quel giorno, capita talvolta. Le ho detto: "Mi chiamano il padre dei lebbrosi, tu mi chiami Papà Raoul, io sono tuo padre e tu mi devi obbedire. Andiamo!". No. "Che tu voglia o no, devi uscire!". La prendo per il braccio e la trascino fuori. E quando fu al sole, ha lanciato un grido, un grido di bestia liberata, insieme terribile e meraviglioso: "Papà Raoul, ci vedo!". Siccome stava guarendo dalla lebbra, cominciava a guarire dalla cecità; vedeva le ombre, vedeva le forme, vedeva le luci. Non vedeva abbastanza, grazie a Dio, per rendersi conto che i nostri occhi erano pieni di lacrime».