Nella piazza di Napoli
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l’impegno senza confini dei
costruttori di pace
Con una
solenne celebrazione in piazza del Plebiscito a Napoli,
ieri si è concluso il "meeting interreligioso"
promosso dalla "Comunità di Sant’Egidio".
Dal
nostro inviato a Napoli, Giovanni Ruggiero
("Avvenire",
24/10/’07)
Sotto lo stesso sole che
tramontava dietro la collina di Posillipo, ciascuno ha pregato Dio per la stessa
pace. Ciascuno, con le parole familiari di un rito antico ma sempre attuale, ha
fatto la stessa invocazione; poi, i rappresentanti delle religioni che hanno
dato vita all’"arcobaleno" di fede della "Comunità
di Sant’Egidio",
si sono uniti in processione e nella piazza del Plebiscito che domenica ha
accolto il Papa, hanno sottoscritto l’"Appello finale di pace", affidandosi all’"Altissimo",
certi – per citare l’appello – che sulla strada del dialogo «la pace può
diventare un dono per il mondo intero». Poi l’augurio, quando il sole ormai
non rischiarava più il Vesuvio e si sono accese le luci della piazza, di
rivedersi l’anno prossimo a Cipro, perché la pace sia possibile e per non
smettere di sognarla.
L’arcivescovo di Napoli,
il cardinale
Crescenzio Sepe,
caloroso padrone di casa, ha un sogno simile: «Abbiamo nel cuore un unico
desiderio – dice salutando i protagonisti della "tre giorni" di
"Sant’Egidio" – : vorremmo che Napoli diventasse la capitale
mediterranea del dialogo. Questo è il nostro sogno». Tre giorni intensi e
forti che Sepe sintetizza così: «Questo incontro è nato dalla beatitudine
della mitezza, dalla forza del dialogo, dal coraggio titanico della non
violenza. E la Chiesa di Napoli oggi avverte che questa beatitudine alberga in
tanti uomini e donne di buona volontà e che la pace è possibile perché è
patrimonio universale di un’umanità senza frontiere di razza, religioni e
cultura; è l’unica speranza di cieli nuovi e terre nuove».
Sarà stato anche per la sera che è scesa improvvisa se le parole di Andrea
Riccardi, il
fondatore di "Sant’Egidio", si sono fatte tenere per un altro sogno
comune e struggente che descrive nel suo saluto: «La pace è un sogno. È il
sogno più bello. È il sogno più umano». La pace richiede ideali e si
realizza con pazienza, la sola che – dirà Riccardi – ricuce tutte le
fratture. «La pace è un sogno attorno a cui orientare i sentimenti buoni dei
popoli: l’amore, il rispetto per l’altro, la ricerca della giustizia, la
pazienza. Perché i sentimenti degli uomini e dei popoli sono importanti».
Riccardi ringrazia ancora una volta il Papa, ricordando le parole pronunciate da
Ratzinger domenica nel Seminario arcivescovile: «La Chiesa cattolica intende
continuare a percorrere la strada del dialogo per favorire l’intesa tra
diverse culture, tradizioni e sapienze religiose». Ricorda ancora la
condivisione del cibo alla stessa tavola: «Benedetto
XVI ci ha dato l’esempio,
sedendo a tavola con esponenti di diverse Chiese, comunità ecclesiali e
religioni: condividere la tavola è già un gran segno di pace. Perché tutti
dobbiamo sedere a tavola con gli altri per parlare, per guardarci in faccia, per
superare le distanze. La pace si costruisce nei cuori con umile e tenace
servizio». Il bilancio? «Questi giorni ci hanno insegnato a guardare al di là
con speranza. Non solo al di là del fumo del pessimismo e dei profeti di
sventura, ma anche al di là delle grandi crisi. Tante le acquisizioni di questi
giorni. Tra esse, il realismo vero del dialogo tra israeliani e palestinesi,
espressione della volontà di giungere a un accordo rapido per quella martoriata
terra». È il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, a
soffermarsi sulla tristezza che nasce dalla storia privata dello spirito: «Il
mondo contemporaneo e particolarmente quello europeo – dice nel suo saluto –
soffre per l’allontanamento di Dio dalla vita dell’uomo. Molti pensatori
europei hanno parlato e parlano di un’epoca "post- cristiana". Nella
civiltà europea si cerca disperatamente di mettere l’uomo, con le sue
passioni e i suoi limiti, al posto di "Cristo Dio-vero Uomo". Tutto
viene relativizzato, i valori supremi vengono cacciati; cominciano, purtroppo, a
dominare i valori relativi. L’ortodossia – conclude – proclama il ritorno
a "Cristo Dio-vero Uomo" come la soluzione a tutte le ansie dell’umanità.
L’ortodossia non favorisce la violenza, perché il Regno di Dio non si crea
con una esteriore e violenta imposizione meccanica, ma con l’interiore, libera
e personale accettazione di Cristo, con l’incessante esercizio delle virtù
evangeliche». Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, saluta per
ultimo i "leader" religiosi che fra poco firmeranno l’appello di
pace, e i napoletani presenti nella piazza che dice di sentire «sempre vicini,
nei momenti migliori e nei giorni difficili». Richiama lo spirito di Assisi
che si oppone all’abuso della religione come pretesto per la violenza e si
rifà al discorso di Benedetto XVI: «Ho colto nelle sue parole un comune
sentire che permette anche a me di vedere qui il seme della speranza per la
città, così come il seme della speranza, la forza del dialogo per la pace nel
mondo, a cominciare dalla pace tra israeliani e palestinesi, una causa che tanto
ci preme e che proprio qui è stata concretamente invocata».