Ieri i grandiosi funerali della Lubich, fondatrice dei "Focolari

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e il suo popolo di nostalgia

CHIARA LUBICH, Fondatrice del Movimento dei Focolari.

Giovanni Ruggiero
("Avvenire", 19/3/’08)

Dal prato verde che circonda la Basilica di San Paolo, anticipo di una primavera che verrà, quando la bara di Chiara Lubich portata a spalla si è avviata verso l’altare, si è alzato spontaneo il canto del "focolarini", il suo "popolo" che dai lontani anni della guerra si è diffuso in tutto il mondo. Il canto, intonato con voce commossa, è "emblematico". Le parole di Chiara riassumono il senso della sua opera e diventano, adesso che la "fondatrice" non c’è più, un invito a continuare sulla strada dell’unità. "Unità" nel senso più profondo: con Dio e, in suo nome, tra gli uomini, come l’intese Giovanni nel suo Vangelo, che Chiara spesso ha ripreso: «Che tutti siano uno» e aggiungeva: «Per queste parole siamo nati, per l’unità, per contribuire a realizzarla nel mondo». Il canto intonato al momento dell’ultimo "addio" è un’invocazione al Signore, perché guidi «i passi dell’umanità finché in terra splenda l’unità». Chiara Lubich ha voluto ricordare – in un mondo che, per gli odi, i "muri", le guerre e le distanze "consolidate" lo dimentica – che «fratelli siamo già» se si sta con un solo cuore e una sola anima "oranti" davanti al Signore. Sul prato di San Paolo c’era ieri soltanto una piccola parte di questo "popolo" che Chiara ha fatto nascere. "Popolo" non solo nel senso che tanti hanno accolto il suo "messaggio", quanto nel preciso significato che in tanti lo hanno accolto stando insieme. E perché questa unità fosse "plasticamente" visibile e vivibile, Chiara Lubich immaginò, e pareva un’"utopia" spericolata, le "Mariapoli", "cittadelle", a evocare il desiderio di un mondo sperato e possibile. Diceva di aver capito che il Signore avrebbe voluto una "cittadella" caratterizzata da un «comandamento nuovo» di Gesù, quello che porta Giovanni: «Amatevi a vicenda, come io ho amato voi». È questa l’unità tra cristiani e nella Chiesa. Chiara, i cui scritti letti ora suonano come "testamenti", annotava in un "diario" del lontano 1967: «Quello che il cristianesimo insegna nel campo del rapporto fra singoli – amare, conoscersi, "farsi uno" con gli altri, fino al punto di potersi comunicare i "doni" eventuali che Dio ci abbia fatto – deve essere trasferito sul piano sociale, sì da conoscere, stimare ed amare gli altri "movimenti" e opere della Chiesa e suscitare o accrescere fra tutti la reciproca comunione di "beni spirituali"». La chiamava «passione per la Chiesa», con le stesse parole di Paolo VI. L’unità "bramata" e ricercata, modulata sul Vangelo, che Chiara "propugnava" ha "contagiato" i continenti, e la presenza ai suoi funerali di rappresentanti di altre Chiese ne rappresenta un segno.
Non è un "azzardo" il desiderio di una Chiesa di Cristo che passa attraverso l’amore verso le altre fedi, un amore che porta ad essere ognuno dono alle altre: «Si potrà prevedere – ed era un "auspicio" – che nella Chiesa del futuro una ed una sola sarà la verità, ma espressa in varie maniere, osservata da varie "angolature", "abbellita" da molte interpretazioni». Non è dunque questa o quell’altra Chiesa a dover morire, «ma ognuna – parola di Chiara – dovrà "rinascere" nuova nell’unità». Ieri, pregando tutti lo stesso Dio, il "popolo" di Chiara si è unito come in un "anticipo" di questa Chiesa che verrà. E allora – e si vorrebbe che fosse una "profezia" – vivere in essa «sarà una realtà meravigliosa, affascinante come un miracolo, che susciterà l’attenzione e l’interesse del mondo intero».