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Dal 13 al 31 maggio ad "Aparecida", cittadina nello stato di San Paolo in Brasile, si svolgerà la V Conferenza Generale dell’Episcopato Latino-Americano. Un momento indubbiamente forte per quelle Chiese, che devono confrontarsi con il compito dell’evangelizzazione oggi, con il moltiplicarsi delle sette, con l’endemico problema della povertà in tante regioni. La presenza del Santo Padre, Benedetto XVI, ne dice subito lo spessore.
Altre volte la Conferenza ha avuto luogo in città notissime: Rio de Janeiro (1955), Medellin (1968), Puebla (1979), Santo Domingo (1992). Quando i "media" ci parleranno appunto di "Aparecida", penso che molti si chiederanno: "Carneade, chi era costui?". Ad "Aparecida" c’è il santuario mariano nazionale. All’inizio del secolo XVIII, la schiavitù era un piaga diffusa nel nord dello Stato di San Paolo. Un giorno di fatica come tanti altri, dalle profondità delle acque del "Rio Paraiba", emerse, nelle reti dei pescatori, una piccola statua della Madonna, di colore nero, lo stesso colore degli schiavi e delle schiave. Era rotta, come la loro vita. Subito la devozione la circonda, legata appunto alla sofferenza e alle speranze del popolo "negro". Trasuda. Contagia. "Nostra Signora di Aparecida" diventa la patrona del Brasile.
Il "via-vai" della gente, tanta, l’ordine e la pazienza, i canti delle celebrazioni eucaristiche sono nel profondo del mio cuore. Un ricordo stimolante della mia prima visita in Brasile, lo scorso marzo.
Nel lavoro di redattore di "Mondo e Missione" ho avuto modo di conoscere il santuario mariano di "La-Vang", a pochi chilometri di confine allora con il Vietnam del Nord. Quell’interminabile guerra non l’aveva risparmiato. Restavano solo i muri perimetrali della basilica, un troncone della torre campanaria, forme strane delle statue della "Via Crucis" in bronzo, fuse dal calore delle bombe. I pericoli e gli ostacoli governativi non sono mai riusciti a fermare i pellegrinaggi.
"La-Vang" è parte della vita di fede dei cristiani vietnamiti, qui hanno incominciato a venire alla fine del secolo XVII, in tempo di persecuzione violenta. Qui hanno trovato forza e consolazione nell’incertezza di una vita quotidiana dura.
Nel 1924 un confratello, per 46 anni missionario nello Stato dell’Andhra Pradesh, India, riceve da amici una statua della Madonna di Lourdes, la colloca sulla collina di "Gunadala", che domina la cittadina di Vijaywada, oggi in piena espansione. A poco a poco la gente della città e dei villaggi, in grandissima parte non cristiani, cominciano a salire la collina per toccare i piedi della bianca Signora, offrire fiori e incenso, candele e banane. Non si parlava allora di dialogo interreligioso.
Lì si è vissuto. Quando infatti, dopo la seconda guerra mondiale e la fine dell’Impero britannico, con la divisione India-Pakistan, il Paese era insanguinato da conflitti e stragi fra indù e musulmani, la città di Vijayawada è stata risparmiata. Musulmani e indù salivano in preghiera a Gunadala, in un clima di comprensione, di fraternità. Significativo il fatto che nel giorno della festa annuale, ancora oggi, la statua della Madonna è incoronata da un musulmano.
Poche settimane prima dello "Tsunami" ero con alcuni nostri studenti indiani a "Vailankanni", nel Tamil Nadu. Sulle coste del Golfo del Bengala, di fronte all’Oceano, che per la sua immensità ti fa sentire piccolo, piccolo, ti stupisce per i suoi colori, ti spaventa per i suoi maremoti. In un luogo ricco di palmizi, trovi il santuario della "Madonna della Salute", sorto nel XVI secolo, la tradizione dice per una apparizione della Madonna a un ragazzo indù e come grazie di pescatori salvati dalle tempeste. Nella terra indiana dall’antica e profonda religiosità, questo santuario si pone luogo di incontro e di preghiera per gente appartenente a diverse religioni.
Esempio, davvero eccezionale, di armonia. I pellegrinaggi si susseguono ininterrotti. La "Madonna della Salute" è sentita Madre compassionevole e premurosa di tutta una umanità sofferente e fiduciosa.
"Tutte le genti mi chiameranno beata".
Poteva sembrare una parola in più quella cantata da Maria di Nazaret sui monti della Giudea, un giorno lontanissimo ormai. Al limite una profezia. È storia. È cronaca quotidiana.
Nel mio "girovagare" – una vita tutta diversa da quella sognata – ne faccio dolcissima esperienza…