RITAGLI     "Sedicesima Giornata     MISSIONE AMICIZIA
in memoria dei Missionari Martiri"

24 Marzo 2008

P. Angelo Rusconi, Pime

Nel linguaggio popolare quest’anno la Pasqua è "bassa", arriva presto.

Ma la Pasqua è sempre "alta". Celebra il "Martire". Dice infatti Gesù: "Ecco saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’Uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso e il terzo giorno risorgerà".

Da allora "Cristo è in agonia sino alla fine del mondo" (Pascal).

Non si tratta di una frase ad effetto. È storia. È cronaca.

Il 24 Marzo, anniversario del martirio dell’arcivescovo Romero, ucciso proprio mentre celebrava l’Eucarestia: "Questo è il mio corpo dato per voi. Questo è il mio sangue versato per voi"; per un’intuizione felice dei giovani da anni vengono ricordati i missionari, laici, religiosi, suore, sacerdoti, uccisi nell’anno precedente. Dal 1990 una media di 23 all’anno. Nel 2007: 15 sacerdoti, 3 diaconi, 1 religioso, 1 religiosa, 1 seminarista. Il "filo rosso" è passato ancora una volta dall’America Latina della droga all’Asia dei fanatismi religiosi, dall’Africa inquieta e malata di "virus" etnici all’Europa secolarizzata.

I 21 dello scorso anno sono una volta ancora quei costruttori di pace che seguono "l’Agnello Pasquale" ovunque vada. Scrive Luca che Gesù, salendo a Gerusalemme, "indurì il suo volto", espressione che nei profeti indica l’attitudine ad affrontare con coraggio le difficoltà per fedeltà alla Parola di Dio. In quest’ottica si colloca la "cocciutaggine" di questi nostri fratelli e sorelle di vivere e morire nelle pieghe tortuose e rischiose della storia, segno e prova che l’amore di Cristo anche oggi si può "toccare e vedere".

Scrive il Papa: "I missionari martiri - nel compimento della loro missione per l’evangelizzazione e promozione umana - sono speranza per il mondo, perché testimoniano che l’amore di Cristo è più forte della violenza e dell’odio. Non hanno cercato il martirio, ma sono stati pronti a dare la vita per rimanere fedeli al Vangelo. Il martirio cristiano si giustifica soltanto come supremo atto d’amore a Dio e ai fratelli".

Quando, anni fa, nel duomo di Milano si è celebrata l’Eucarestia in occasione del martirio di P. Tullio Favali del "Pime", ucciso barbaramente nelle Filippine, il Card. Saldarini ebbe a dire: "Facendo memoria di un missionario ucciso per la fede, ho tanto pudore a parlare. Sono cose troppo grandi e troppo vere. Preferirei contemplare per capire e adorare".

C’è una toccante preghiera che fa parte della nostra tradizione di Missionari del "Pime", sgorgata dal cuore giovane ed entusiasta del beato Giovanni Mazzucconi. E lui l’ha vissuta per primo in Papua-Nuova Guinea. Poi altri 17 confratelli. La recitiamo quando ci viene consegnato il Crocifisso di partenza: "Beato quel giorno in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa sì santa e sì pietosa, ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue".

Tempo fa ho avuto tra le mani la raccolta delle lettere di due missionari cremonesi – Mons. Barosi e P. Zanardi, martiri in Cina – curata dai Seminaristi di Cremona. Un po’ provocatoria la frase di copertina: "Una Chiesa che dimentica i suoi martiri non è degna di sopravvivere".

La Chiesa, noi dunque, non solo non li vogliamo dimenticare, ma di loro ci gloriamo, li onoriamo, con loro ci vogliamo confrontare, da loro ci lasciamo interpellare, per vivere una fede testimoniale, essere una Chiesa confessante. Appunto "martire".

P. Angelo Rusconi, Pime