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Perché le vittime non restino sole…

Protesta e solidarietà dall'India, per i cristiani perseguitati in Orissa!

Donne indiane: mani alzate al cielo, in preghiera... Cristiani dell'India riuniti in difesa di una Chiesa!

P. Angelo Rusconi, Pime

Superiore ad ogni previsione la partecipazione alla "Veglia di preghiera e digiuno" per i cristiani perseguitati dell'India, nella Chiesa dei "Missionari del Pime".

Era la sera di Venerdì 5 Settembre scorso. Una data scelta a proposito. Nel 1997 a Calcutta moriva infatti Madre Teresa, la donna minuta e forte, la donna che ha fatto della sua vita un dono radicale ai più poveri dei poveri, senza nessuna discriminazione. Semplicemente perché povero, bisognoso: uomo.

Non poteva essere quindi una serata "gridata" di reazione e di protesta per il "pogrom" contro i fratelli cristiani, scatenatosi dal 23 Agosto soprattutto nell'Orissa, Stato del Nord-Est indiano, ma di vicinanza a loro, di condivisione profonda in un'ora di "martirio". Il "bilancio" è gravissimo e destinato a crescere: decine di morti; almeno 52 Chiese cristiane, cattoliche e protestanti, distrutte; centinaia di case, "centri sociali" e scuole devastate.

Mentre su un pannello vengono proiettate le immagini delle vittime abbandonate, di bambini che corrono e gridano: "Perché?", tacciono i canti, scende un silenzio che ti permette di sentire le lacrime delle Suore di Madre Teresa, strette nel loro "sari" bianco orlato di azzurro. Molte sono indiane. Hai l'impressione che si sentano "umiliate" per quanto sta accadendo: «Questa non è la nostra Patria, non è l'India del Mahatma Gandhi, della "tolleranza", a cui la stessa "Costituzione" assicura la libertà di religione e di conversione». «Una vergogna per la nostra Patria», ha definito la situazione il "premier" Manmohan Singh.

L'"odio" – una parola "macigno" tradotta in fatti "istigati" e crudeli verso i cristiani – ha tante e profonde "radici".

«L'accanirsi contro persone e strutture», scrive "AsiaNews", un'"Agenzia internazionale di documentazione", «serve ad eliminare la missione dei cristiani. "Tribali" – spesso utilizzati come schiavi per lavori agricoli – e "Dalit", gli emarginati dalle "caste", vedono nel cristianesimo una strada per migliorare la loro situazione, vedere affermati i loro diritti, trovare finalmente una dignità al loro essere uomini. In un certo senso, la persecuzione è la misura dell'efficacia della missione cristiana».
Già Gandhi sognava per l'India, un paese "laico", l'eliminazione delle "caste" e la dignità dei "Dalit", da lui definiti "figli di Dio" ("Harijian").

Sulle pagine di "Mondo e Missione", Giorgio Bernardelli, giornalista che, tra i primi, aveva raccolto in Orissa i "prodromi" della violenza, riferisce la risposta immediata avuta da giovani seminaristi indiani alla domanda: "Cosa vuol dire diventare preti in un posto dove c'è qualcuno che uccide i cristiani?". "Pregate per coloro che vi perseguitano!", rispondono.

Non hai più parole. Taci. Contempli la forza del Vangelo.

«L'umanità», scrive il Papa nel "Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale" di quest'anno, «ha bisogno di essere liberata e redenta. L'umanità soffre ed attende la vera libertà, attende un mondo diverso, migliore; attende la redenzione. La violenza, in non pochi casi, segna le relazioni tra gli individui e i popoli; la povertà opprime milioni di abitanti; con le discriminazioni e talora persino le persecuzioni per motivi razziali, culturali e religiosi. Dinanzi a questo scenario "sentiamo il peso dell'inquietudine, siamo tormentati tra la speranza e l'angoscia". È Cristo il nostro futuro e, come ho scritto nella Lettera Enciclica "Spe salvi", il suo Vangelo è comunicazione che cambia la vita, dona la speranza, spalanca la porta oscura del tempo».

Di questo tempo oscuro dei nostri fratelli dell'India.

La preghiera di quella sera, nella Chiesa dedicata a San Francesco Saverio, "maratoneta" per il Vangelo in tante parti delle Indie, è ormai "corale".

Se le testimonianze rendevano difficile pronunciare la parola "speranza", la preghiera la suscita. Ormai è nel cuore. Di tutti.

P. Angelo Rusconi, Pime