RITAGLI   La Nostra Aetate   DIARIO

Dichiarazione del Concilio Vaticano II
sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane.

P. Angelo Rusconi, Pime

L’8 dicembre 1965, solennità dell’Immacolata, con una celebrazione largamente partecipata ed emotivamente seguita, papa Paolo VI chiudeva il Concilio ecumenico Vaticano II, pensato e voluto dal papa beato Giovanni XXIII.

Sono già passati quaranta anni. Sicuramente con tanti della mia età, conservo vivissimo lo stupore di quell’avvenimento, di quella grazia che ha avuto il sapore di sogno, che ha caratterizzato la storia del secolo ventesimo.

Poche settimane prima, esattamente il 21 ottobre, i Padri conciliari, praticamente all’unanimità, approvavano un testo brevissimo, studiato a lungo, la dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non-cristiane dal titolo Nostra Aetate, Nel nostro tempo.

Un testo profetico, un’indicazione della strada da battere per e nella fedeltà al progetto di Cristo sulla sua Chiesa e nella lettura sapienziale e amorevole dei segni di un tempo in cui il mondo è diventato villaggio globale e la globalizzazione è un dato di fatto. La mobilità infatti ci caratterizza e ti trovi a vivere e lavorare sempre più con persone di cultura e fede diversa.

Significativo che una sera di ottobre in prima serata una trasmissione di La 7 fosse dedicata a questo tema.

La Chiesa con il Concilio ha rispolverato felicemente, provvidenzialmente, la modalità dei primi passi del suo camminare in mezzo e per l’umanità, quando teologi e filosofi, vescovi santi, come Ireneo, parlavano della presenza del Verbo, della Parola di Dio in ogni cultura e prima ancora di loro, l’apostolo Paolo in quel capolavoro del suo evangelizzare che è il discorso tenuto all’areopago di Atene e che Luca ci riporta nel capitolo 17 degli Atti degli Apostoli, così si presenta: "Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi".

La storia l’aveva oscurata, la riflessione teologica spesso aveva polemicizzato, causando conflitti tristemente conosciuti anche dal nostro tempo.

C’è una piccola parabola di Gesù nel vangelo secondo Matteo, che rischia di passare nel dimenticatoio, ma si offre come icona del nostro essere chiesa oggi. Dice Gesù: "Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche".

Da missionario, leggendola e rileggendola, la gusto sempre di più. Ti lascia la santa inquietudine dell’evangelizzare, ma ti toglie quell’agitarsi che non ti permette di vedere quanto - e cito - "di vero e santo" è presente nelle diverse religioni, il loro sforzo di trovare "la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana" e, riprendendo il sentire della prima comunità cristiana, sottolinea che"non raramente riflettono un raggio della verità che illumina tutti gli uomini"

Un’altra impressione provo in questa lettura. La chiamerei la gioia profonda di constatare l’estrema onestà dei Padri conciliari. Mentre cercano ed indicano i valori delle tante espressioni religiose, già san Paolo appunto parlava dell’uomo che "a tentoni cerca Dio", non fanno i buonisti, non minimizzano per avere audience il messaggio, non favoriscono un sincretismo che illude per poi deludere nella sua sterilità, ma dicono chiaramente, serenamente la propria fede, il proprio credo, convinti che dicendolo servono l’uomo nella fedeltà al Signore Gesù, Dio della storia, storia di Dio.

L’ultimo, autorevole, di spessore densissimo, commento alla Nostra Aetate ci è stato dato da papa Benedetto XVI durante la Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia lo scorso agosto. La sua visita alla Sinagoga e l’incontro con la comunità ebraica con quel "dobbiamo conoscerci a vicenda - amarci - molto di più, molto meglio". Il discorso ai rappresentanti della comunità musulmana, avendo alle sue spalle un grande Crocifisso: "Vi assicuro che la Chiesa vuole continuare a costruire ponti di amicizia con i seguaci di tutte le religioni, nella ricerca del bene autentico di ogni persona e della società nel suo insieme… Le lezioni del passato devono servirci ad evitare di ripetere gli stessi errori. Noi vogliamo imparare a vivere rispettando ciascuno l’identità dell’altro". Ancora: "Davanti a Dio tutti gli uomini hanno la stessa dignità, a qualunque popolo, cultura o religione appartengono". Per questo la dichiarazione conciliare parla "con grande stima" delle religioni.

Parole non formali.

Pochi giorni dopo la sua elezione a successore di Pietro, papa Benedetto manda un autografo al prof. Elio Toaff, rabbino capo emerito di Roma, in occasione del suo novantesimo genetliaco e ricorda "con gioia l’abbraccio con il quale ha accolto nella Sinagoga di Roma, il 13 aprile 1986" papa Giovanni Paolo II in quello che stato detto il suo viaggio più breve e nello stesso tempo più lungo.

Commuove leggere nel testamento di Giovanni Paolo II il nome del rabbino Toaff.

È certo nella memoria del cuore l’incontro interreligioso di Assisi, voluto da Giovanni Paolo II, la sua visita in Marocco e l’incontro nello stadio affollatissimo di Casablanca il 19 agosto del 1985 con i giovani musulmani.

Tanti i passi compiuti. Un clima si è rasserenato. L’impegno resta e tocca tutti.

Attraversavo il Gange, fiume sacro nell’Induismo. Ore di battello. Folla e quantità di cose, di motori e animali. Una giornata monsonica pesante. L’abulia ti possiede. Impossibile poi muoverti. Quasi incollato alla mia persona un giovane musulmano. Mi chiede: Sei un dottore ? Sei un ingegnere? Poca la voglia di rispondere, ma lui insiste: Sei per caso un cristiano? La risposta è d’obbligo, richiedeva però molto più disponibilità: Sì, sono un cristiano. E lui: Se sei un cristiano devi essere un discepolo di Cristo.

Un testo di poche pagine la dichiarazione conciliare... Precisa: dallo sguardo sereno e trasparente. Coglie la dimensione religiosa dell’uomo, così diverso nel suo esprimersi, così uguale a monte. A questo uomo, recita il numero due, la Chiesa "è tenuta ad annunciare il Cristo che è la via, la verità e la vita".

Il dialogo per essere autentico mette in gioco la tua persona, la tua identità.

P. Angelo Rusconi, Pime
18.10.2005