RITAGLI   "Non possiamo dimenticare la Shoah"   DIARIO

P. Angelo Rusconi, Pime

Pensavamo che solo altrove, in altri paesi vicini e lontani, l’antisemitismo potesse tallonare, offendere, minacciare un popolo, che ha diritto di vivere come tutti. Lo troviamo in casa nostra. Ci umilia.

Bandiere bruciate, striscioni con svastiche e slogan nazisti allo stadio Olimpico di Roma, lo scorso 30 gennaio; edizione riveduta e peggiorata, la manifestazione ancora per le vie di Roma, il 9 febbraio scorso. Gesti strani, volutamente studiati e provocatori; solo pochi giorni prima infatti, il 27 gennaio, si era celebrata la Giornata della Memoria. Memoria di "ferrovie e fucili" che anche dalla nostra Milano conducevano ad Auschwitz, Birkenau, Dachau.

Quando in preghiera cammino per i viali del camposanto della mia città, sono come costretto a fermarmi davanti a quella lapide, con quella scritta: morto a Auschwitz. Non conosco la persona. Ero ragazzo allora.

Conosco purtroppo qualcosa, e solo qualcosa delle camere a gas dell’Olocausto, della "Shoah". E sempre mi chiedo come è stato possibile. "Non possiamo dimenticare la Shoah", ci ha detto ancora recentemente, il 23 febbraio, il presidente della Repubblica, Carlo. A. Ciampi, in visita al Museo Ebraico di Roma.. "Fondamentale, insisteva, che i giovani tocchino con mano la storia".

Un’affermazione per niente di rito, formale. Ma puntuale. Urgente. Non si costruisce senza memoria. La memoria blocca errori e orrori. Forse per questo è in atto da anni un tentativo subdolo di fare dimenticare, di cancellare il passato, di negarlo. Ieri si parlava di revisionismo, un termine "politically correct". Oggi di negazionismo, parola che nella sua radicalità è almeno immediatamente espressiva.

Penso all’incontro, tempo fa, con l’ex rabbino capo di Roma, Elio Toaff.

Una conversazione nel suo studio alla Sinagoga che ancora mi stupisce per l’immediatezza e la ricchezza di ricordi personali. "Vede su questa sedia si è seduto Giovanni Paolo II. Alcune sue parole sono dentro, le tengo dentro il mio cuore". Penso a quali sentimenti avrà provato, vedendosi ricordato nel suo testamento. E parlava della sua amicizia con l’arcivescovo di Lucca, mons. Bartoletti, di mons. Riva che aveva reso possibile la visita alla Sinagoga del Papa. Penso cosa avrà provato, nel giorno del suo 90° compleanno, ricevendo gli auguri di Benedetto XVI a soli pochi giorni dalla sua elezione a vescovo di Roma. Forse la prima lettera autografa in assoluto. Gli chiedevo: "Quale progetto sta sotto a una simile lettura della storia?". Per i revisionisti l’Olocausto sarebbe "il mito fondatore" dello Stato di Israele. I sei milioni di morti "una cifra simbolica". "Quello dei revisionisti non è altro che criptonazismo. Secondo me il revisionismo verrà pian piano ridimensionato!", fu la risposta.

"Verrà pian piano ridimensionato". La recente condanna in Austria dello storico negazionista David Irving purtroppo dice il contrario. Nella lettura dei segni dei tempi tanti sono già gli interventi, i gesti di papa Benedetto XVI, che chiamano la comunità cristiana alla verità dei fatti. Nella Sinagoga di Colonia, il 19 agosto dello scorso anno, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, con parole forti, ha parlato di un "crimine inaudito", "inimmaginabile", di una manifestazione del "mysterium iniquitatis". E ricevendo, lunedì 16 gennaio, l’attuale rabbino capo di Roma, dottor Riccardo Di Segni e Seguito, con squisita umanità diceva: "A voi è vicina la Chiesa cattolica. Sì noi vi amiamo e non possiamo non amarvi, a causa dei Padri: per essi voi siete a noi carissimi e prediletti fratelli".

"Tante", continuava il Papa, "le urgenze e le sfide, a Roma e nel mondo, che ci sollecitano ad unire le nostre mani e i nostri cuori in concrete iniziative di solidarietà, di ‘tzedek’ (giustizia) e di ‘tzedekah’ (carità). Insieme possiamo collaborare nel trasmettere la fiaccola del Decalogo e della speranza alle giovani generazioni".

Niente di platonico. Una parentela, nel passato misconosciuta e offesa, felicemente ritrovata, lo richiede. È scattata. "La voglio fare sorridere!", mi raccontava con sottile umorismo il rabbino Toaff. "Vado in villeggiatura all’isola d’Elba. C’era un prete che avrei voluto amico, visitare, parlargli. Ma questi non rispondeva neppure al saluto, tanto che ho smesso. Un giorno ero dal parrucchiere, lui entra, mi vede seduto in attesa, dice subito: ‘Non tira aria buona. Torno un altro momento!’."

Ero a Bari con mons. Riva per un convegno. Lungo la strada dall’albergo alla sala delle riunioni, mons. Riva mi teneva sotto braccio.

Improvvisamente si ferma e mi dice: "Quanta strada abbiamo fatto!".

Recita il salmista:

"Beato chi trova in te la sua forza
e decide nel suo cuore il santo viaggio.
Passando per la valle del pianto
la cambia in una sorgente,
anche la prima pioggia
l’ammanta di benedizioni.
Cresce lungo il cammino il suo vigore,
finché compare davanti a Dio in Sion".

P. Angelo Rusconi, Pime
25.02.2006