RITAGLI    Bangladesh: chi lo conosce?    MISSIONE BANGLADESH

P. Angelo Rusconi, Pime

"Chi conosce il Bangladesh? Un quarto del territorio francese, il doppio - oggi va maggiorato di molto, ndr - della sua popolazione, uno dei paesi più poveri del pianeta". Non è il solito missionario che vuole commuovere, ma un grosso quotidiano francese, "Le Monde", che lo ha scritto qualche anno fa. Buca i "media" solo se le calamità naturali, tifoni, alluvioni, inondazioni, sanno di Tsunami.

Dopo il viaggio per un corso di esercizi spirituali ai missionari del P.I.M.E. e incontri di studio a livello ecclesiale e interreligioso, il Card. Martini, allora nostro arcivescovo, così ne parlava al Consiglio Pastorale della diocesi: "Non mi è facile dire l’esperienza che ho fatto, perché la realtà che si viene a conoscere sfida ogni immaginazione. Ho provato a stendere degli appunti, senza riuscire a dare forma alle mie riflessioni. Una popolazione densissima, giovanissima, poverissima e continuamente disastrata da calamità naturali. Un’umanità dolorante. Nonostante la situazione sia di grande sofferenza ed instabilità, la gente è molto buona, amabilissima e riceve gli ospiti con tutti gli onori: ghirlande di fiori, danze, lavanda dei piedi" e, si sente il biblista, "potrei dire che sono un popolo di poveri di Jahvé".

Questo per arrivare a dire che mi ha fatto davvero piacere vedere l’immediatezza di un diffuso settimanale laico ("L’Espresso", 17 Maggio 2006) nel pubblicare con un servizio di "Magister": "C’è un islam pacifico alle foci del Gange", il testo della lunga intervista, ripresa da "Mondo e Missione", Maggio 2006, di P. Francesco Rapacioli, missionario del P.I.M.E. e medico, con il filosofo musulmano, fondatore del Dipartimento delle Religioni alla Università di Dhaka.

Scrive Rapacioli: "Il Dipartimento delle Religioni mondiali dell’Università di Dhaka è, con ogni probabilità, l’unico esempio del genere in Asia, oltre che nel mondo musulmano. Quello che distingue tale Dipartimento, infatti, è il fatto che diverse religioni sono insegnate da una persona che non solo conosce teoricamente, ma pratica anche la religione che insegna (un prete cattolico laureato in teologia - ad esempio - vi insegna cristianesimo).

La conversazione tocca un tema di estrema attualità: l’urgenza del dialogo, la convinzione che "è l’ignoranza la madre della diffidenza".

"Il Bangladesh è un paese tradizionalmente tollerante", dice Kazi Nurul Islam, responsabile del Dipartimento, "dove diverse tradizioni religiose hanno saputo vivere in pace".

A me pare onesto ricordare anche il fatto, che pure con burocrazia scontata e quindi con tempi lunghi, sempre missionari cristiani hanno ottenuto il "visa" di entrata e discreta libertà di movimento.

Ho visto nascere il Paese, dopo non un bagno, ma un’alluvione di sangue. Ricordo, quando, incerto del domani e senza poter spedire, scrivevo a mia mamma: "Più nessuno è sicuro. La ragione di Stato diventa l’idolo, il ‘Moloch’, a cui sacrificare l’uomo da parte di chi ha troppo sangue di Caino nelle vene".

"Quante volte, mamma,/ho aperto la finestra e ho guardato guardato fuori nell’oscurità./ Non riesco a vedere./ Mi viene il dubbio che ci sia ancora una strada" (Tagore).

Mi trovavo a pregare: "Non ti chiedo, Signore, di vedere la scena lontana. Guidami, Luce divina, un passo, un passo solo mi basta". E: "quando il mio spirito cede e più non capisce, mandami la splendida certezza che le porte del bene non sono chiuse".

È verissimo quanto Kazi Nurul Islam dice: "Il Bangladesh è un Paese tradizionalmente tollerante". Così è nato, anche se poi la Costituzione è stata cambiata.

Dal 25 marzo al 16 dicembre 1971, i lunghissimi mesi della guerra per l’indipendenza, sentivi ovunque e vedevi scritto sulle capanne di fango: "Amra muslim, hindhu, buddhist, christian: amra shobai bangali" ("Musulmani, indù, buddisti, cristiani: noi siamo tutti bengalesi").

Un’esperienza pilota quella del Dipartimento, pensata e portata avanti da "uomini di buona volontà". Non sono pochi.

Recentemente Papa Benedetto XVI diceva all’Assemblea del Pontificio Consiglio della pastorale per i Migranti e gli Itineranti: "La Chiesa cattolica avverte con crescente consapevolezza che il dialogo interreligioso fa parte del suo impegno a servizio dell’umanità nel mondo contemporaneo", e con un riferimento specifico all’islam: "La mobilità riguardante i paesi musulmani merita una specifica riflessione, non solo per la rilevanza quantitativa del fenomeno, ma soprattutto perché quella islamica è una identità caratteristica sotto il profilo sia religioso che culturale". Continuava: "Ovviamente c’è da sperare che anche i cristiani che emigrano verso Paesi a maggioranza islamica trovino là accoglienza e rispetto della loro identità religiosa" (15 Maggio 2006).

Ecco, suggerirei la lettura del servizio speciale di "Mondo e Missione", Maggio 2006: "Bangladesh, missione dialogo". Dice che non possiamo fare di ogni erba un fascio. Mostra un altro volto dell’islam. Ci ricorda che il dialogo è possibile.

P. Angelo Rusconi, Pime