Il prossimo
dicembre la Casa Madre del Pime
e la chiesa di San Francesco Saverio a Milano compiono 100 anni.
Una finestra aperta sulla missione, tra dialogo, memoria e rinnovamento.
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P.
Angelo Rusconi
("Missionari del Pime",
Agosto-Settembre 2006)
Distrutta dalla seconda guerra
mondiale, la chiesa di via Monte Rosa è stata ricostruita linda e accogliente.
Luogo santo di comunione e di missione. Dimora di Dio e spazio privilegiato del
suo operare.
«La nuova chiesa dedicata a san Francesco Saverio, che finalmente dopo tanti
sacrifici e lunga attesa – si legge nell’editoriale di "Le Missioni
Cattoliche" (oggi "Mondo e Missione") del 7 dicembre 1906 – si
può dire ultimata, si innalza bella ed elegante, dalla facciata severa sul
viale che mena a san Siro: non è di vaste proporzioni, ma sufficiente per la
buona popolazione del quartiere».
Subito fu amata e frequentata. Lo è ancora, eccome! Da quella simpatica
vecchietta, vispa e arzilla, che vedi nella terza panca, e che ha da poco
compiuto i 101 anni, all’impiegato della "ATM", l’ "Azienda
Tranviaria Milanese", all’operatore nei "media" del "Sole
24 Ore", al giovane che sta andando in università, alle madrine e padrini
di lungo corso, passionarie del Pime. Non sono pochi davvero coloro che vi
cercano, prima o dopo la giornata lavorativa, una sosta che rinfranca.
Sarebbe incoraggiante, entusiasmante, lasciarsi prendere dall’onda dei
ricordi. Ricostruire la storia feriale di questa chiesa: le opere e i giorni, le
persone e i fatti. Una sorpresa dal sapore biblico: "Il Signore è in
questo luogo e io non lo sapevo. Come è tremendo questo luogo", e ti viene
spontaneo il cantico dell’Apocalisse: "Grandi e mirabili sono le tue
opere, o Signore, Dio onnipotente".
Un momento, un avvenimento almeno va ricordato: la traslazione dei resti mortali
del patriarca Angelo Ramazzotti, il 3 marzo 1958. Presiedeva il cardinale Angelo
Roncalli, che pochi mesi dopo sarebbe divenuto papa Giovanni XXIII; presenti l’arcivescovo
Montini, poi papa Paolo VI, e tutti i vescovi della regione lombarda.
"All’urna di monsignor Ramazzotti – diceva il superiore generale di
allora, padre Augusto Lombardi – chiederemo ispirazione, trarremo auspici. E
luce calda si irradierà da essa, ne siamo sicuri, anche sul fervore missionario
di Milano, della città che al nuovo "Istituto Missionario", fondato
dal Ramazzotti, diede il nome, circondandolo subito e sempre di affettuosa
simpatia ed assistenza".
Qui hanno pregato con e per noi vescovi santi: i beati cardinali Ferrari e
Schuster, Montini e Colombo, quasi di casa, il cardinal Martini. E, con loro,
gente umile e nota di questa città generosa e laboriosa, dove si incontrano e
operano persone di nazionalità e cultura diverse.
Qui hanno ricevuto il Crocifisso generazioni di confratelli partenti. Hanno
ascoltato le parole di fede ed emotivamente forti, sgorgate dal cuore del nostro
primo martire, il beato Giovanni Mazzucconi: "Ecco il compagno indivisibile
delle tue fatiche apostoliche; il tuo sostegno nei pericoli e nelle difficoltà,
il tuo conforto nella vita e nella morte".
E "tenendo fisso lo sguardo su Gesù", trasformati "in quella
medesima immagine", in dono, si sono incamminati lungo tutte le strade del
mondo. "Mamma – scriveva padre Tullio Favali, pochi giorni prima del suo
martirio nelle Filippine nel 1985 – la vita che mi hai dato non è da
possedere, ma da condividere". Ancora prima che la lettera arrivasse alla
mamma, il sogno era realtà drammatica: Tullio veniva ucciso, 17° dei nostri 18
martiri.
Dal centro dell’arco principale domina il Crocifisso. Sullo sfondo dell’abside,
il dipinto di san Francesco Saverio. Il maratoneta del Vangelo sta terminando la
sua corsa nella piccola isola di Sanciano. Solo, sfinito, il braccio alzato in
ultimo sforzo e gesto d’amore che indica la Cina, a noi quasi a ripeterci le
parole di Isaia: "Guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla
cava da cui siete stati estratti".
Questa nostra chiesa, che trasuda preghiere e fatiche apostoliche, ci richiama
continuamente a una responsabilità: la missione. La coerenza con il nostro
"dna". Siamo eredi. Abbiamo un testimone. Lo dobbiamo passare ad
altri.
Il Vangelo, "la Parola della Croce", dice l’apostolo Paolo, che
rende buona e bella la vita di ogni uomo, è per tutti…
La memoria diventa provocazione.