Importante il "garbo" nella celebrazione del "Sacramento"

RITAGLI     «Con il cuore del "padre"     DOCUMENTI
ti accolgo al "confessionale"»

Mi capita nell’accogliere i "penitenti" di sentire il desiderio di aggiungere,
stringendo le loro mani:
«Coraggio, l’ho fatto anch’io! Pur con modalità e circostanze diverse...».

Don Salvatore Giuliano
("Avvenire", 27/2/’09)

Varcata la soglia della "Quaresima", il percorso di "purificazione" della Chiesa si rifà più intenso e all’interno delle nostre "comunità ecclesiali" il "Sacramento della Penitenza" viene riproposto quale aiuto fondamentale per una "crescita spirituale" che, come il Santo Padre ha sottolineato in un suo recente intervento, "va riscoperto ancor più nel suo valore e nella sua importanza per la nostra vita cristiana" ("Angelus" del 15 Febbraio 2009). Nelle nostre Chiese l’esodo dal "confessionale" è certamente riflesso di una società "individualistica" e di uno smarrimento del senso del "peccato", ma credo che parte dell’allontanamento da questo "Sacramento" possa essere ricondotto anche ad uno scarso "tatto" che noi "confessori" mostriamo nell’esercizio del nostro "ministero".
Nel ricevere i "penitenti" faccio spesso allenamento nel modulare il tono della voce e l’espressione del volto, nello sforzo di mostrare sempre un aspetto sereno e sorridente, perché nessun disagio o stanchezza passi attraverso me ed il naturale "imbarazzo" di chi confessa la propria "miseria" ad un altro uomo possa essere in qualche modo "stemperato".
Con rammarico sento ancora risonanze di "confessori" troppo invadenti nelle loro domande o poco accoglienti nel ricevere i fedeli. Ancora c’è chi manda via i "penitenti" in modo sgarbato o mostra un certo fastidio nell’ascolto. Ma soprattutto penso che sia da superare quell’atteggiamento "asettico" di chi nel ricevere le "confessioni" con il più grande rispetto delle "indicazioni canoniche", non riesce a comunicare il volto accogliente e gioioso di quel
"Padre Misericordioso" che correndo incontro al figlio e abbracciandolo a lungo festeggiò per il suo ritorno.
Certo, spesso tanti cercano nel Sacerdote un "terapeuta" con cui aprirsi o lo strumento per un atto abituale per far tacere la coscienza senza grandi "pentimenti", ma anche queste modalità possono diventare nelle nostre mani strumento prezioso per comunicare la "bontà di Dio". Se le nostre "confessioni" sanno molto di "rubricismo", se non ci alleniamo ad asciugare le lacrime dei fratelli, guardandoli negli occhi, se non riusciamo a stringere le mani dei sofferenti per comunicare coraggio e forza e se non ci caliamo un po’ in più nella vita dei nostri fedeli, i nostri "luoghi penitenziali" diventeranno solo ricordo dei tempi passati.
Mi capita spesso nell’accogliere i "penitenti" che confessando i loro peccati dicono: «Padre ho fatto questo… questo…», di sentire come il desiderio di aggiungere stringendo le loro mani: «Coraggio, l’ho fatto anch’io! Con modalità e circostanze diverse, ma nel tuo "peccato" ritrovo un’eco della mia "debolezza"».
Il comune denominatore di noi "confessori" deve essere quindi una spontanea, gioiosa e benevola accoglienza ricordando che, come San Giovanni scrive, «se il nostro cuore ci rimprovera di qualcosa, Dio è più grande del nostro cuore» ("1 Gv 3,20"): solo così noi "ministri" mostreremo con il nostro, l’immenso "cuore del Padre".