Provocazione al cuore del "Sacerdozio"

RITAGLI     Quella "domanda" della gente     DOCUMENTI
di Preti «innamorati»

Don Salvatore Giuliano
("Avvenire", 10/4/’09)

Nella tradizionale "Messa Crismale", Benedetto XVI ha lasciato anche quest’anno a tutti i Sacerdoti un prezioso "messaggio" che ci aiuta ad entrare sempre meglio in quel grande «Dono e Mistero» consegnato nelle nostre fragili mani. Il Papa ha ricordato come il "Maestro", pregando il Padre per gli "Apostoli" e per quelli che avrebbero continuato il loro "ministero sacerdotale", ha chiesto: «Consacrali nella verità. La tua Parola è verità» ("Gv 17,17"). In quel modo Gesù otteneva la consegna dei "Dodici" nelle mani del Padre, tirandoli fuori dal mondo per essere inseriti totalmente in Dio.
Ha voluto così ricordare che la nostra vera "dignità sacerdotale", iniziata nel giorno della "consacrazione", si misura proprio nell’essere tirati nell’intimo di Dio, attraverso un’immersione totale nella sua "Parola". È questo il nutrimento quotidiano del "ministro ordinato" che deve dare un’impronta alla vita e al pensiero. È la "Parola" che ci indica a quali stili "alternativi" dobbiamo avere il coraggio di rinunciare per essere realmente prolungamento del "Sacerdozio" di Cristo. È la familiarità con Dio che il Sacerdote vive a renderlo "faro" per la vita di tanti.
Le parole del Papa ci richiamano a centrare nell’incontro quotidiano con Dio il "nocciolo" fondamentale dell’essere Preti. I nostri fedeli vogliono vederci "innamorati" di Cristo, vogliono ritrovare in noi dei "maestri di preghiera" che, grazie alla profonda familiarità con Dio, riescono ad indicarlo presente nella vita di ciascuno. La richiesta di quei Greci che, rivolgendosi all’Apostolo Filippo, dissero «Vogliamo vedere Gesù» ("Gv 12,21") è il "grido interiore" che tacitamente tanti rivolgono a noi.
La familiarità con l’"Eucaristia" che ogni giorno abbiamo tra le mani, il continuo conferimento degli altri "Sacramenti" e la proclamazione ininterrotta della "Parola", portano con sé il rischio di farci smarrire il senso di "trascendenza" per ciò che ci è stato donato, per la realtà "ontologicamente" inscritta in noi. È importante in realtà che tutti ci scoprano sempre appassionati ed entusiasti della nostra "vocazione". È di una potente eloquenza il farci trovare spesso "raccolti" e in ginocchio, in profonda orazione innanzi al "Tabernacolo", immersi nel "Mistero" della sua presenza.
Lo sguardo appassionato sul suo "Corpo", l’intensa vita "ascetica", il capo reclinato teneramente sul petto del "Maestro"… È questo che il mondo ha bisogno di vedere in noi Sacerdoti e non tanto l’abilità nel "management" dell’"esercizio ministeriale".
Benedetto XVI ha inoltre ricordato quanto sia difficile oggi essere "ministri" della parola di verità e quanto la "menzogna", venduta come verità a basso costo, sia di gran lunga più "appetibile". Una donazione vera a Cristo ed una vita vissuta in intimità con Lui ci dona la forza ed il coraggio per pronunciare i nostri continui «sì» in obbedienza alla Sua volontà.
Nel pronunciare la formula di "consacrazione" della "Santa Messa", «Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue», mi viene sempre in mente che in quel momento non presto solo la voce a Gesù ma rinnovo, davanti alla mia "comunità", l’atto di donazione del mio corpo, del mio sangue, di quella cioè che è la mia vita e la vita di ogni Sacerdote che si offre liberamente per continuare la "missione" di Cristo.
Questo sentirci «insieme» nella comune "vocazione" ci aiuta a superare le nostre "solitudini" e a rafforzare tra noi l’affetto, l’unione e l’intimità scaturita da quell’originario "Cenacolo" di Gerusalemme dal quale Cristo non ha mai smesso di pensarci.