CHIESA E ISLAM
Il Papa e il Re saudita: così il dialogo
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Anche i valori morali e la famiglia sono temi da tener presenti…
Samir Khalil Samir*
("Mondo e Missione", Dicembre 2007)
Il Regno d’Arabia Saudita non ha
relazioni diplomatiche con
L’incontro è durato mezz’ora. Il comunicato vaticano che ne dà conto è
breve e denso: «I colloqui si sono svolti in un clima di cordialità e hanno
permesso di toccare temi che stanno a cuore agli interlocutori. In particolare,
si sono ribaditi l’impegno in favore del dialogo interculturale e
interreligioso, finalizzato alla pacifica e fruttuosa convivenza tra uomini e
popoli, e il valore della collaborazione tra cristiani, musulmani ed ebrei per
la promozione della pace, della giustizia e dei valori spirituali e morali,
specialmente a sostegno della famiglia».
Quattro punti meritano riflessione.
Il primo: come in tutti gli incontri con musulmani, il dialogo è sempre
“interculturale” e “interreligioso”. È impossibile separare religione e
cultura, com’è impossibile separare religione, politica e società. È questo
uno dei motivi che ha spinto Benedetto
XVI a mettere insieme i due “Pontifici consigli” (del dialogo e
della cultura), anche se alla fine si è tornati a due dicasteri. Ciò che in
Occidente e nel mondo cristiano entra nella categoria della cultura - come il
vestito, il cibo, la lingua, la purezza fisica, le usanze... - fa parte, per
molti musulmani, dell’essenza della religione: il velo per le donne, il cibo
“halal”, l’arabo per la “salât”, le purificazioni...
In secondo luogo, la «convivenza pacifica e fruttuosa» allude al fenomeno
recente ma persistente della violenza, in particolare in nome della religione,
della cultura o della politica. L’agenzia ufficiale saudita ha scritto: «Le
due parti hanno sottolineato che violenza e terrorismo non hanno nulla a che
fare con la religione». Sicuramente, l’Arabia è del tutto contraria al
terrorismo, come la maggioranza dei governi islamici. Non sorprende dunque che
il quotidiano saudita “Arab News” abbia scritto: «Il Re e il Papa hanno
sottolineato che violenza e terrorismo non hanno né religione, né patria...
Tutti i Paesi e tutti i popoli devono lavorare insieme per sradicare il
terrorismo» (cfr. “AsiaNews” del 7 novembre). Tuttavia il problema rimane
ed è duplice: da una parte, i Paesi musulmani giustificano la violenza quando
c’è un rischio per la religione; dall’altra, non collegano il radicalismo
religioso (e la dottrina “wahhabita” dell’Arabia Saudita lo è) alla
violenza o addirittura al terrorismo.
In terzo luogo, la collaborazione tra cristiani, musulmani ed ebrei.
Quest’ultima menzione è importantissima; il realismo del Re Abdullah lo porta
a questa posizione e dobbiamo essergli riconoscenti. Alcuni giornali arabi hanno
omesso di citare gli ebrei, ed è significativo! Il Vaticano, da parte sua, ha
alluso al problema della libertà religiosa… tema che da solo necessiterebbe
in questa rubrica un approfondimento.
Infine, i due hanno concordato che lo scopo è «la promozione della pace, della
giustizia e dei valori spirituali e morali, specialmente a sostegno della
famiglia». Tre elementi: pace, giustizia, etica. I primi due sono chiari: «Non
c’è pace senza giustizia», diceva Giovanni
Paolo II; per il mondo arabo, questo principio è la base dei dibattiti sulla
Palestina, dove l’ingiustizia è flagrante. Ma il più interessante è il
terzo elemento: promuovere i «valori spirituali e morali». La critica generale
dei musulmani all’Occidente (che per loro è cristiano!) è la perdita dei «valori
spirituali e morali, specialmente a sostegno della famiglia». La diffusione
dell’aborto, del divorzio, della “libertà sessuale” (sia
“prematrimoniale” che nel matrimonio), dell’omosessualità, delle coppie
di fatto, ecc. è vista come la prova della decadenza della civiltà
occidentale, nonostante i risultati raggiunti con lo sviluppo scientifico. Una
delle cause fondamentali della lotta islamica all’Occidente - visto come il
grande Satana - è questa libertà dei costumi. Forse la loro analisi merita
riflessione.
* Gesuita e islamologo