Il dialogo con l’islam richiede amore sincero. Non gesti ambigui!
Mio fratello
musulmano ![]()
Samir Khalil Samir*
("Mondo e Missione", Febbraio 2007)
Subito dopo Natale è scoppiata
una polemica a Cordoba, orchestrata dalla stampa internazionale: il vescovo Juan
José Asenjo Pelegrina ha osato rigettare la richiesta della Giunta islamica di
Spagna presieduta dal convertito Mansur Escudero, che chiedeva che i musulmani
potessero pregare nella cattedrale. Il motivo è che otto secoli fa la
cattedrale era una moschea, senza ricordare che tredici secoli fa era una
basilica. Il vescovo ha spiegato che una cosa simile avrebbe «generato
confusione tra i fedeli» e «non contribuirà a una coabitazione pacifica tra i
credenti». «Noi, cristiani di Cordoba, desideriamo vivere in pace con i
credenti di altre religioni, ma non vogliamo essere sottomessi a pressioni
continue che non contribuiscono alla concordia». Allora Mansur ha steso il
tappeto davanti alla cattedrale e vi ha pregato.
Poco prima, i musulmani di Colonia avevano chiesto di poter pregare nel famoso
duomo della città, e il cardinale Joachim Meisner vi si era opposto. A
novembre, lo stesso porporato aveva vietato ai professori di religione cattolica
della diocesi di organizzare preghiere interreligiose, perché i bambini non
erano in grado di fare le dovute distinzioni. È stato vivamente criticato da
politici e insegnanti. A quando il prossimo scandalo europeo?
Nonostante questi casi, a me sembra che il dialogo con l’islam stia entrando
in una fase più autentica. Questi due rifiuti si capiscono. Negli anni
Settanta-Ottanta si è un po’ diffusa la pratica di prestare ai musulmani -
non senza ambiguità - luoghi di culto cristiani, ma già il cardinale Carlo
Maria Martini, arcivescovo di Milano, l’aveva vietato nella sua diocesi. Oggi
tutte le città europee in cui ci sono musulmani hanno una moschea, e dunque
questa pretesa non si capisce più. Un conto è pregare insieme in un’aula, su
testi non sacri, un conto è farlo in una cattedrale.
Ma il
Papa, si dirà, ha
pregato con il gran
muftì d’Istanbul
nella moschea blu, il 30 novembre scorso. È stato un gesto bellissimo,
spontaneo, su proposta dello stesso Mustafa Cagrici: ambedue si sono raccolti in
preghiera per un minuto, orientati verso la Kaaba, e il Santo Padre ha adottato
l’atteggiamento del muftì. Personalmente, quando mi succede di entrare in una
moschea, la prima cosa che faccio è di pregare per i musulmani, affinché Dio
li sostenga e li colmi di benedizioni. Dopo tutto, una moschea è un luogo dal
quale salgono milioni di preghiere verso il Padre di tutta l’umanità.
Una cosa è un gesto personale e puntuale, un’altra è un atto collettivo e
organizzato. E se, per qualche motivo legittimo, un altro vescovo decidesse di
far cessare questa pratica, come ci riuscirebbe senza suscitare ancora più
veleno? Nel 1974 Saddam Hussein, allora vicepresidente del Consiglio della
Rivoluzione, in visita a Cordoba, pregò nella cattedrale: non fu un precedente,
ma un’eccezione. Che i musulmani, entrati in un luogo cristiano, preghino
discretamente e silenziosamente, è bello. Ma se si mettessero a compiere la
"salât", cioè la preghiera rituale musulmana, sarebbe irriverente.
Lo stesso andrebbe detto se io celebrassi la nostra "salât", cioè la
Messa, in una moschea: sarebbe una provocazione!
Il dialogo richiede discernimento. Ogni gesto ambiguo porta più danno che
beneficio, anche se l’intento è buono. Il dialogo richiede amore sincero. Il
musulmano è mio fratello. L’islam può essere un progetto sociologico,
culturale, politico o militare, oppure spirituale e religioso; ma il musulmano
non è un progetto, è un uomo come me, che va rispettato nella sua dignità di
persona e di credente, e amato con lo stesso amore che nutro verso il cristiano.
Amore e verità, affetto e discernimento sono inseparabili e ci permettono di
basare il dialogo interpersonale su fondamenta solide. Trattandosi di musulmani,
il fondamento è Dio stesso. Anche per questo il vero dialogo non può fare a
meno dell’annuncio del Vangelo, come d’altronde il musulmano sincero e pio
che mi vuol bene mi annuncia Dio come l’intende lui. Lungi dall’essere un’aggressione,
l’annuncio è amore servizievole. Noi cristiani ci sentiamo solidali con tutti
coloro che, proprio in base alla loro convinzione religiosa di musulmani, s’impegnano
contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione, tra religione e
libertà. In questo senso, i dialoghi di cui ho parlato si compenetrano a
vicenda.
* Gesuita e islamologo