Confrontarsi su valori comuni per armonizzare
Insieme, per
una Fede più personale
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Samir
Khalil Samir*
("Mondo
e Missione", Ottobre 2007)
La difficoltà per i
musulmani di vivere in Occidente è un fatto così evidente che qualcuno
pronostica come inevitabile lo scontro di civiltà. Come evitare il conflitto
culturale? Uno dei problemi maggiori sta nel fatto che il musulmano è convinto
che la sua cultura abbia un fondamento religioso, anche se gran parte di essa è
semplicemente un fenomeno di civiltà che si ritrova in tante altre culture del
mondo. Siccome considera la sua religione direttamente rivelata da Dio («come
discesa da Dio sul Profeta dell’islam»), gli diventa difficile relativizzare
la sua cultura.
Purtroppo sono pochissimi i "mediatori", ossia musulmani credenti che - avendo
assimilato la cultura occidentale in modo critico - potrebbero aiutare i
musulmani a fare un simile percorso, mentre numerosissimi sono gli "imam"
che rigettano la cultura occidentale, eppure pretendono di aiutare i musulmani a
vivere in Occidente. Per colmare questa lacuna, l’aiuto più prezioso potrebbe
venire dagli occidentali credenti, ossia i cristiani che lottano per armonizzare
modernità e fede cristiana, spirito critico e tradizione, rinnovamento e
continuità. Chi non ha questa spinta spirituale non può capire il dramma
interno che vive il musulmano in Occidente.
Tre ambiti sono particolarmente cruciali. Il primo: il conflitto tra modernità
e tradizione. Si tratta di accettare, senza la minima reticenza, tutto ciò che
è conforme ai diritti della persona umana e al rispetto dei diritti degli
altri. La modernità occidentale non deve essere adottata in blocco, né la
tradizione deve essere rifiutata "tout court". Si tratta di operare un
discernimento.
Secondo. La secolarizzazione della società occidentale non è un fenomeno
puramente negativo. Non va temuta, ma analizzata con prudenza. Lo stesso si può
dire del fenomeno religioso: si deve imparare a guardarlo sempre con occhio
critico.
Terzo aspetto. Il sistema di valori sembra essersi perso in Occidente. Il
musulmano si riferisce ai propri valori tradizionali o religiosi come se fossero
validi per tutti i tempi e luoghi. In realtà, ci sono molti elementi superati,
molti altri che risalgono a una mentalità antiquata, maschilista e autoritaria.
È necessario discernere ciò che è valido universalmente e ciò che non lo è.
Spesso questi valori esistevano anche in Occidente, poi sono spariti. Si tratta
di ritrovarli se necessario, oppure di abbandonarli se non sono universali.
Ma l’Occidente è portatore, a sua volta, di valori assenti dalla tradizione
islamica. Si tratta di scoprirli e di apprezzarli. Valori della modernità e
della secolarizzazione, e soprattutto ricchezza dei diritti umani, della
solidarietà internazionale, del rispetto della libertà d’ogni persona anche
quando non condivide la propria visione, della democrazia anche quando essa
rallenta le riforme, dell’uguaglianza tra tutte le persone, ricche o povere,
credenti o atee, uomini o donne, ecc.
Infine, mi sembra essenziale aiutare il musulmano a superare la «religione»
per accedere allo spirito religioso e alla vita spirituale. La religione è uno
strumento, non un fine. Ha lo scopo di aiutare il credente a vivere la propria
libertà e a personalizzare la propria fede. Certo, ha bisogno di elementi
comunitari, ma anche di un margine di libertà personale, che spesso manca nell’islam.
Si può realizzare questa collaborazione? Il modo più semplice è creare gruppi
di scambio tra musulmani e cristiani, riflettendo insieme su punti concreti,
ognuno alla luce della propria fede e delle proprie fonti su argomenti di
interesse comune. Penso, ad esempio, al rapporto uomo-donna, genitori-figli,
individuo-gruppo, politica-religione, libertà-sottomissione; oppure a temi
quali la preghiera, la meditazione, l’esame di coscienza, il digiuno; oppure
come usare la tivù, la discoteca, ecc. Un confronto chiaro e sereno è
necessario per arrivare, insieme, a un discernimento che approdi a un islam
spirituale così come a un cristianesimo spirituale, prevenendo il rischio -
presente in ogni religione - di diventare un fenomeno meramente sociologico.
Tutto questo suppone una base di fiducia e di stima reciproche, anzi, una certa
amicizia: qualità che possono creare una comunità basata su valori comuni
(spesso radicati nella fede in Dio) e sul desiderio di costruire insieme una
società più degna dell’uomo creato a immagine di Dio.
* Gesuita e islamologo