Cina / Parla la sindacalista Elizabeth Tang
RITAGLI   Dietro le quinte della rinascita di Hong Kong   CINA

Proponiamo qui il testo di un articolo pubblicato in «Mondo e Missione» di dicembre 2005,
seguito dall'ampia parte della conversazione con Elizabeth Tang
non confluita nella versione cartacea della rivista.

Giampiero Sandionigi
("Mondo e Missione", Dicembre 2005)

Che aria tira a Hong Kong? Che umori si agitano dietro le quinte di quel grande palcoscenico che dal 13 al 18 dicembre prossimi farà da scenario alla sesta conferenza ministeriale degli Stati membri dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc)?
Lo abbiamo chiesto a Elizabeth Tang, che nella metropoli della costa meridionale cinese è nata 48 anni fa. Cattolica, di professione sindacalista, era di passaggio a Milano per un simposio internazionale sul tema della globalizzazione e delle sue ricadute sociali.
«Se guardiamo ai dati economici – osserva – , Hong Kong sembra ormai uscita dal tunnel in cui s’era infilata con la crisi finanziaria del 1997. Nel 2004 e 2005 l’economia è cresciuta a un tasso del 4 per cento. Ciò grazie soprattutto al fatto che la Cina ha allentato le restrizioni ai viaggi imposte ai suoi cittadini. Prima, per venire a Hong Kong i cinesi della madrepatria avevano bisogno di permessi di studio, d’affari o di lavoro. Oppure, in quanto turisti, dovevano far parte di gruppi organizzati. Dalla fine del 2003 il governo ha autorizzato sette province a consentire più liberamente i viaggi all’estero. Così molti ricchi cinesi vengono da noi ad acquistare oro, gioielli, orologi, apparecchiature elettroniche, farmaci. L’industria turistica va a gonfie vele, così come quella dei servizi. Invece, si è ormai molto ridimensionata l’industria manifatturiera. Oggi dà lavoro a 50 mila persone. Negli anni Settanta ne occupava mezzo milione. Ambiti in cui si può far soldi velocemente sono il mercato finanziario e quello immobiliare, dove sono in corso grandi speculazioni».
Ma la signora Tang conosce bene l’altra faccia della medaglia. È quella a cui da ragazza ha scelto di dedicare il suo impegno di cittadina credente, quella che imprigiona senza scampo un decimo della popolazione (in totale 7 milioni di abitanti), costretto a sopravvivere sotto la soglia di povertà.
Per tantissima gente, spiega Elizabeth, la situazione è in continuo peggioramento: «Molti lavorano nella fascia bassa dei servizi (imprese di pulizia, manovalanza nei ristoranti) e percepiscono salari bassissimi che, oltretutto, via via si riducono. Oggigiorno puoi trovare molte donne di mezza età che lavorano otto ore al giorno per sei giorni a settimana guadagnando meno di 4 mila dollari di Hong Kong (440 euro) al mese. Somma del tutto insufficiente per condurre una vita dignitosa. Gran parte dei poveri a Hong Kong sono gente con un’occupazione, non disoccupati. Sono poveri semplicemente perché le paghe sono troppo basse e il costo della vita molto alto. Anche se lavorano sodo, queste persone non possono in alcun modo migliorare la propria situazione. La discesa dei salari ha avuto inizio cinque anni fa, quando lo stipendio mensile per lo stesso genere di impiego era di 5 mila dollari di Hong Kong. Il più delle volte abbiamo a che fare con lavoratrici che hanno un livello di istruzione minimo. Anni fa lavoravano nell’industria manifatturiera che hanno lasciato quando sono nati i figli. I ragazzi crescono e vanno a scuola, le uscite delle famiglie aumentano ed è necessario tornare al lavoro, ma in condizioni peggiori di prima. L’industria non c’è più e si deve prendere quel che si trova. Queste donne sono quaranta-cinquantenni che non percepiranno alcuna pensione. Ecco perché, come sindacati, ci battiamo per il salario minimo e la fissazione di un tetto massimo di ore lavorative settimanali, cose che da noi la legge non regola ancora».
Sembra incredibile ma nella Hong Kong del 2005 «se il padrone ti chiede di rimanere a lavorare oltre l’orario non puoi rifiutarti. Così come puoi essere licenziato senza causa. Il padrone non è tenuto a darti spiegazioni. La pensione non esiste. Gli anziani non si ritirano dal lavoro se non hanno figli che guadagnano abbastanza per poterli mantenere. Molti settantenni a Hong Kong sono costretti a lavorare ancora per procurarsi i mezzi di sostentamento. Tanti di loro vivono in casa con i figli. Abbiamo un tasso di disoccupazione del 6,5 per cento e nessun sussidio per i disoccupati. Se non altro l’amministrazione coloniale inglese ci ha lasciato in eredità un sistema sanitario che fornisce a tutti i cittadini cure mediche a basso prezzo, se non proprio gratuite».
Cercare di mutare una situazione così difficile per i poveri è tanto più arduo dal 1997, dopo il ritorno della metropoli sotto il controllo di Pechino. Hong Kong è una regione autonoma a statuto speciale la cui vita è regolata da una mini Costituzione, la Basic Law. La produzione delle leggi spetta al Consiglio legislativo, composto da 60 deputati, di cui solo metà sono eletti con suffragio diretto dal popolo. L’altra metà viene espressa da collegi elettorali che rappresentano gli interessi di corporazioni e professioni. Questo secondo gruppo di deputati è più propenso a non inimicarsi i poteri forti e, in ultima analisi, il governo centrale.
«Le norme procedurali del Consiglio legislativo - spiega la Tang - prevedono che nessun singolo parlamentare abbia diritto a introdurre proposte di legge senza l’approvazione del Capo esecutivo, cioè del primo ministro di Hong Kong. Il presidente e il segretario generale della mia confederazione sindacale sono membri eletti del Consiglio legislativo, ma hanno mai potuto presentare alcuna legge a favore dei lavoratori per mancanza dell’avallo del Capo esecutivo. Quest’ultimo si appella a una norma che proibisce ai parlamentari di proporre leggi che comportino uscite straordinarie per il governo. Leggi che fissino un salario minimo, dice il Capo esecutivo, costringerebbero ad aumentare le spese. C’è un altro meccanismo legale che blocca l’introduzione di misure migliorative. Per essere approvata ogni legge deve essere votata dai deputati che votano come se fossero suddivisi in due camere: una composta dagli eletti a suffragio universale, l’altra dai rappresentanti di professioni e corporazioni. La legge all’esame deve ottenere la maggioranza di entrambi i gruppi. Qualunque norma favorevole ai lavoratori sarebbe approvata dal primo, ma bloccata dal secondo gruppo di parlamentari».
Nel giugno 2005 Hong Kong ha un nuovo Capo esecutivo: Donald Tsang Yam-kuen (61 anni). Già da anni ai vertici della pubblica amministrazione, gode di maggior popolarità rispetto al predecessore. «Soprattutto – dice Elizabeth Tang – perché fa ben sperare coloro che rimpiangono il passato coloniale e l’efficienza dell’amministrazione britannica. Dal punto di vista dei lavoratori, però, le cose peggiorano perché Tsang è ancor molto sbilanciato ideologicamente a favore del mercato. Per esempio è drasticamente contrario al salario minimo, convinto com’è che qualunque cosa che possa intralciare il libero mercato è male. Ha una posizione molto ideologica che rende difficile negoziare e trovare compromessi con lui. È un uomo che lavora alacremente. In questi primi mesi di stretta collaborazione con il governo di Pechino ha già più volte ripetuto agli abitanti di Hong Kong che non sarà possibile adottare il sistema di elezione diretta di tutti i parlamentari alla prossima tornata elettorale prevista per il 2007. Stesso discorso per il 2008, quando bisognerà riconferire il mandato di Capo esecutivo. In futuro si vedrà, ma per ora una democrazia compiuta appare ancora molto lontana».

Qualche parola sui giovani e gli immigrati

Oggi solo il 20 per cento degli studenti secondari ha accesso all’università. Costoro non avranno alcun problema di occupazione. Chi si ferma al diploma superiore ottiene invece lavori di bassa qualità con stipendi esigui. La disoccupazione giovanile è molto alta: al 22-24 per cento.
Gli immigrati. Molti vengono dalla Cina e sono donne e bambini. Numerosi uomini di Hong Kong, delle classi basse, hanno sposato donne in Cina. Normalmente la sposa è molto giovane - ha poco più di vent’anni - mentre l’uomo tra i 50 e i 60. Quando queste mogli si stabiliscono a Hong Kong, a vivere coi mariti, nascono molte contese famigliari. I mariti hanno paghe bassissime e vivono in appartamenti minuscoli. Le donne non hanno formazione e non trovano lavoro. Le entrate sono basse e i problemi grandi.
Il mio sindacato ha un centro nella zona nordoccidentale di Hong Kong (Tin Shui Wai), che è un’area con alta concentrazione di queste famiglie, per via degli insediamenti di case popolari costruite dal governo. Il 40 per cento degli abitanti di quel quartiere è del tutto senza lavoro. Per le strade vedi la gente seduta a fare nulla tutto il giorno. Non lasciano neppure il quartiere perché non hanno soldi per i trasporti pubblici. I bambini sono molto liberi di scorazzare dove vogliono. Noi cerchiamo di aiutarli a studiare con l’aiuto di volontari adulti.
Dal sud-est asiatico provengono circa 250 mila lavoratori, in prevalenza donne che lavorano come domestiche. Metà di loro vengono dalle Filippine. Dell’altra metà, il 70 per cento sono indonesiane, seguite da thailandesi, nepalesi e poche indiane e srilankesi. I loro problemi sono differenti. Sottoscrivono un contratto con la famiglia per due anni, al termine dei quali devono tornare in patria per rinnovare il contratto. Mentre sono a Hong Kong non sono autorizzate a cambiare datore di lavoro. Quando le cose vanno male, i problemi sono grossi. Se lasciassero il posto di lavoro dovrebbero anche andarsene da Hong Kong, ma queste donne, in genere, hanno pagato alti compensi alle agenzie di intermediazione (normalmente qualcosa come sei stipendi). Devono perciò stringere i denti e andare avanti, a meno che le situazioni siano davvero tremende. Per le donne filippine le cose vanno un po’ meglio perché se la cavano meglio con l’inglese e sono una comunità e solidale. Le altre parlano male sia il cinese sia l’inglese. Le cose stanno migliorando per gli indonesiani da quando è nato il Sindacato dei lavoratori immigrati indonesiani. Esso funge da posto di riferimento e da portavoce nei confronti del governo, che proprio per questo si è fatto più serio nel trattare i loro problemi.

Elizabeth Tang: la mia storia

Sono nata nel 1957 a Hong Kong, in un piccolo villaggio alla periferia della città. Mio padre possedeva una merceria, mentre gran parte dei vicini erano piccoli contadini. A quel tempo la vita era molto dura e gran parte dei giovani uomini cercavano di emigrare in Inghilterra e in Olanda per lavorare nei ristoranti, così da potersi guadagnare da vivere e mandare denaro a casa. Così, del mio villaggio ricordo soprattutto donne e bambini. Negli anni Sessanta la vita era difficile per gran parte degli abitanti di Hong Kong. La situazione ha cominciato a mutare negli anni Settanta, quando Hong Kong ha sviluppato un’industria di successo, soprattutto nei settori del tessile, dell’abbigliamento, dell’elettronica e dell’oggettistica in materiale plastico (fiori, giocattoli ecc.). Chi aveva già lasciato Hong Kong non vi ha fatto ritorno, ma in compenso il flusso emigratorio si è arrestato, dal momento che la gente poteva trovare lavoro facilmente. Anche molte donne hanno cominciato ad andare a lavorare e il loro stile di vita è cambiano drasticamente. Le fabbriche erano tante e la gente ha abbandonato l’agricoltura e i campi. L’intero volto di Hong Kong è mutato.
Io, in quegli anni, ero alle superiori. I miei genitori sono morti entrambi nel giro di pochi mesi quando ero undicenne, lasciando sole me e le mie due sorelle (io sono la seconda).
La nostra fortuna è aver incontrato padre Adelio Lambertoni che ci ha aiutato a trovare un posto in un villaggio dei ragazzi gestito da una congregazione locale di suore. È così che ho conosciuto il cristianesimo, ricevuto il battesimo e frequentato scuole cattoliche.
A un certo punto mia sorella maggiore è riuscita a laurearsi e ha cominciato a insegnare. Così mia sorella minore e io abbiamo potuto lasciare l’istituto e riunirci a lei. Mi sono iscritta al Politecnico e ho frequentato Economia. In quel periodo ho militato nell’Associazione degli studenti cattolici. È lì che la mia vita ha cominciato a cambiare. Prima d’allora ero una brava ragazza come tante altre, sempre concentrata negli studi. Fino a quel momento i miei obiettivi erano stati raggiungere buoni risultati scolastici nella speranza di ottenere un buon lavoro e vivere bene.
Dentro l’Associazione ho cominciato a capire che essere cristiani implicava una missione molto più ampia. Non significava soltanto essere una buona persona, ma anche cercare di aiutare i poveri nella società, così che la vita diventasse migliore per tutti. Dopo gli studi ho deciso, così, di non entrare nel mondo del lavoro, ma di continuare a lavorare tra gli studenti e precisamente nel Movimento internazionale studentesco Pax romana. Ne sono diventata coordinatrice a tempo pieno per Hong Kong. Il mio lavoro consisteva essenzialmente nell’aiutare gli studenti a trovare un legame tra la loro fede e la società. Ritenevo che fosse molto importante. Eravamo alla fine degli anni Settanta. Tenevo corsi e mi occupavo soprattutto di organizzare programmi di formazione per gli studenti cattolici. Durante l’estate, ad esempio, proponevamo agli studenti di lavorare in fabbrica per un mese e poi di ritrovarsi insieme a studiare la Bibbia e riflettere insieme.
Dopo un biennio ho deciso di cambiare attività e andare a lavorare per un’organizzazione cristiano protestante presente nel mondo del lavoro: la Christian Industrial Committee. Era il 1982. Come in Italia, anche a Hong Kong esistevano parecchi sindacati, ma molto deboli e tradizionalmente legati a due partiti politici. Il gruppo più consistente era controllato dai comunisti cinesi. L’altro, più piccolo, si collegava ai nazionalisti del Kuomintang, gli stessi che governavano Taiwan. Così, per molti anni, quei sindacati sono stati più occupati a combattersi fra loro che ad assicurare migliori condizioni ai lavoratori.
Quella di Hong Kong era ormai diventata un’economia industriale di successo, ma la vita dei lavoratori non era molto migliorata. Lavoravano per molte ore con salari bassissimi.
La Christian Industrial Committee era una piccola organizzazione che cercava di aiutare i lavoratori a prendere coscienza dei loro diritti e a organizzarsi. Non esistevano organismi simili di matrice cattolica.
Ho deciso di lavorare per questa organizzazione per agire con i poveri e i più oppressi di Hong Kong. Sentivo che quello era il mio posto. L’organizzazione era piccola. Quando ci sono entrata, vi lavoravano solo sei persone. Ricevevamo salari bassissimi, ma eravamo molto motivati. Organizzavamo corsi serali per i lavoratori sui loro diritti, sulla legislazione del lavoro vigente. Insegnavamo come parlare in pubblico e comunicare con la gente.
Per farci conoscere parecchi giorni alla settimana andavamo in prossimità delle fabbriche a volantinare. Disponevamo inoltre di una hotline telefonica a cui la gente poteva rivolgersi per qualunque problema. Era un’iniziativa di successo. Ogni anno ci occupavamo all’incirca di un migliaio di casi, giunti a noi tramite il telefono.
Negli anni Ottanta il problema più comune era la chiusura delle fabbriche. La Cina stava aprendo la sua economia e molti imprenditori chiudevano a Hong Kong per trasferirsi in Cina. Oggi tutti delocalizzano in Cina, ma Hong Kong fu la prima a sperimentare questo processo, con la chiusura di imprese tessili, di giocattoli, elettronica, plastica, metallurgia. Gli operai arrivavano la mattina sul posto di lavoro e scoprivano che non c’era più. I padroni sparivano senza informarli. Insieme al lavoro quella gente ci rimetteva anche l’ultimo stipendio. Non era prevista alcuna forma di compensazione.
Gli operai ci chiamavano al telefono e noi facevamo il possibile per recarci sul posto e organizzare gli interventi. Mancavano leggi chiare per proteggere i loro interessi e quindi cercavamo di ricorrere a vari metodi per aiutarli. Se sapevamo che l’imprenditore era titolare di altre aziende, portavamo quei lavoratori a picchettare le altre sue fabbriche, a creare molto baccano e a richiamare l’attenzione della stampa per creare imbarazzo. Gli industriali non gradivano la cattiva pubblicità e talvolta preferivano risarcire gli operai. Quello era il migliore dei casi. Se però avevamo a che fare con un piccolo imprenditore, titolare di un solo stabilimento, non potevamo fare nulla.
Dopo molte pressioni, a metà anni Ottanta, il governo di Hong Kong istituì un fondo per risarcire i lavoratori. Si prevedeva, ad esempio, che se i lavoratori già lavoravano da almeno cinque anni e il datore di lavoro intendeva licenziarli o chiudere la fabbrica doveva versare una liquidazione commisurata agli anni di servizio. Questa misura consentiva ai lavoratori di sopravvivere per qualche tempo, dopo aver perso il lavoro, pur in assenza totale di trattamento pensionistico e assistenza sociale.
In quel periodo abbiamo anche cercato di indurre i lavoratori a fondare dei sindacati indipendenti, che non avrebbero ascoltato partiti politici ma i lavoratori stessi. Nel 1984 sono riuscita a costituire il sindacato dei lavoratori della Coca Cola e nel 1987 la Federazione dei lavoratori dei trasporti. Nel 1988 ho preso un anno di aspettativa e sono andata in Inghilterra a studiare. Sono tornata a Hong Kong dopo il massacro di Tiananmen. La situazione era cambiata e la gente voleva davvero i suoi sindacati indipendenti perché si era convinta che il Partito comunista non avrebbe accettato la democrazia né consentito ai lavoratori e ai loro sindacati di esprimersi al di fuori del controllo del partito. Così sono tornata subito al mio precedente impiego e insieme a una ventina di sindacati abbiamo cercato di dar vita a una confederazione nel 1990.
All’inizio mi sono concentrata sulla formazione dei lavoratori e dei leader sindacali. Volevamo che comprendessero i princìpi base di un sindacato, il quale doveva essere un’organizzazione indipendente e non diventare strumento di un partito politico, o del governo, o degli industriali. Doveva lavorare solo per gli interessi dei lavoratori e in nome della solidarietà.
Avevamo la grande ambizione di voltare pagina e, attraverso i sindacati, migliorare la situazione dei lavoratori di Hong Kong, che era pur sempre un angolo molto florido del pianeta, con un prodotto nazionale lordo pro capite di 20 mila dollari, tra i più alti del mondo. Eppure ancor oggi non vi è alcuna regola che stabilisca un salario minimo o un tetto di ore lavorative.
I sindacati a Hong Kong restano molto diversi dai sindacati italiani. I vostri possono negoziare con gli imprenditori contratti collettivi che verranno estesi a ogni lavoratore appartenente a una determinata categoria. A Hong Kong questo non accade. Faccio l’esempio del sindacato della Coca Cola, che conosco bene. Tutto ciò che è stato possibile raggiungere è di intrattenere trattative informali con i responsabili dell’azienda. E ciò è possibile perché questo sindacato è molto forte. I lavoratori sono uniti nella lotta. La seconda ragione è che quel sindacato è membro della federazione internazionale sindacale degli alimentaristi. Ciò gli assicura un legame con i sindacati americani della Coca Cola, i quali possono esercitare pressioni sulla dirigenza negli Stati Uniti. Diciamo che questo caso rappresenta una situazione abbastanza buona, ma anche lì non esiste alcun contratto collettivo. Ogni anno vengono discussi i salari e se l’azienda vuole procedere al licenziamento di qualcuno deve prima informare il sindacato e ottenerne il consenso. In tal modo per i lavoratori della Coca Cola a Hong Kong c’è una sorta di sicurezza del posto.
La nostra organizzazione oggi conta 170 mila membri. I mezzi di informazione sono una risorsa importante per noi, ma la qualità della relazione tra noi e i giornalisti sta peggiorando. C’è molta autocensura nell’aria. Tutti i media sono indipendenti, ma gli editori sono preoccupati di non compromettere le opportunità offerte dal mercato cinese. Non vogliono che critichiamo il governo e riferiscono malvolentieri a riguardo. È il potere del mercato.