CHIESA NEL MONDO

RITAGLI    ISRAELE: ESSERE CRISTIANI QUI    TERRA SANTA

Tante culture, riti e confessioni cristiane
costituiscono il volto della Chiesa in Israele,
che raggiunge i 170mila fedeli,
a cui si aggiungono i numerosi immigrati, soprattutto filippini,
presenti nel Paese.

Pellegrini e religiosi alla consueta Via Crucis del Venerdì, lungo la Via Dolorosa, a Gerusalemme. Il Santuario della Visitazione, ad Ain Karem (Israele). Bambini giocano nel cortile della parrocchia latina di San Salvatore, a Gerusalemme.

Giampiero Sandionigi
("Missionarie dell’Immacolata", Dicembre 2007)

Tra meno di mezz'ora nella Chiesa di San Salvatore, la parrocchia latina di Gerusalemme, verranno battezzati tre bambini di diversa età, figli di due giovani coppie cristiane. Fra Angelo, francescano della "Custodia di Terra Santa" di origini filippine, trepida e spera che non facciano tardi i due che ha convocato: un giovane e una giovane suoi connazionali che si trovano in Israele per lavoro. Non hanno alcun legame con le famigliole palestinesi che stanno per portare i figli al fonte battesimale, ma costoro hanno chiesto che i padrini dei piccoli fossero due cristiani dell'Estremo Oriente. Fra Angelo mi confessa di non aver ancora capito perché, di tanto in tanto, gli giungano simili richieste; come mai gli arabi vogliano degli sconosciuti dai tratti somatici esotici partecipi a un simile evento di famiglia. Ma tant'è, accade. I due giovani immigrati arrivano giusto in tempo per unirsi al gruppetto con le donne truccate e agghindate come per una festa da ballo. Prima che la cerimonia abbia inizio Fra Angelo fa discretamente scivolare tra le mani dei due filippini una busta con una somma di denaro: sarà il regalo dei padrini ai loro "figliocci". Anche gesti come questi rientrano nelle sue incombenze di cappellano della comunità filippina in Terra Santa.

Duecentomila immigrati

I lavoratori stranieri approdati in Israele alla ricerca di un lavoro meglio retribuito che in patria sono circa 200mila. Le nazionalità oggi più rappresentate sono quella cinese, quella thailandese e quella filippina. I Filippini sono tutti cristiani e ammontano a 30mila persone. Non che tutti vadano in Chiesa regolarmente. Anzi, i frequentanti sono forse un quinto. Ma in questo non sono peggio di tanti altri cristiani del Pianeta. Lontani dalla patria, adibiti a occupazioni faticose e sradicati dagli affetti familiari, molti si costruiscono qui altri legami, intessendo relazioni tra loro, talvolta a dispetto degli obblighi coniugali verso la famiglia rimasta a casa. C'è anche chi sposa ebrei o palestinesi ed entra così a far parte della società locale, sottraendosi all'obbligo di lasciare Israele dopo un certo numero di anni.

Tra chi non ha rinunciato ad aver cura della propria vita di fede - e magari è membro di movimenti carismatici nati nelle Filippine come "Couples far Christ" ed "EI Shaddai" - vi sono donne capaci di grandi sacrifici, impiegate presso famiglie ebree come badanti di anziani soli o come tate e collaboratrici domestiche. Ed è lì, più con gesti che con parole, dando nuova profondità ai loro impegni professionali, che cercano di testimoniare il Vangelo del farsi prossimo.

Questi 30mila battezzati vengono spesso dimenticati dalle statistiche che fanno il conto dei cristiani in Terra Santa. Eppure, per pochi o tanti anni, anch'essi sono lì. Partire da loro mi è parso un modo per indennizzarli.

Cristiani: tanti volti

Ci sono poi i 170mila cristiani di cui più spesso si parla. Sono quasi tutti arabi con una minuscola percentuale (qualche migliaio di persone) di fedeli di espressione ebraica, i quali non sono però tutti ebrei in senso stretto. Sul suolo israeliano ne vivono 120mila circa, gli altri sono nei "Territori Palestinesi": circa 10mila a Betlemme, 3-4mila nella Striscia di Gaza e gli altri sparsi qua e là. In Cisgiordania, a nord di Gerusalemme, l'unico villaggio ancora interamente cristiano è Taybeh.

Le conseguenze del conflitto israelo-palestinese hanno indotto molti cristiani ad emigrare (ovviamente non solo loro, hanno lasciato la propria terra anche i musulmani ed oggi, scoraggiati dalla tensione persistente, partono anche degli ebrei), così si è crollati da una percentuale del 10 per cento di sessant'anni fa al 2 per cento attuale. Avvertenza! La percentuale cala anche perché ebrei e musulmani qui fanno più figli dei cristiani.

A Gerusalemme i cristiani arabi oggi sono circa 10mila, un terzo di quanti se ne contavano nel '48.

A Betlemme, distante solo 8 chilometri, l'esodo è costante, incoraggiato dalla costruzione del "Muro" imposto dagli israeliani. Dal 2004 questa barriera di cemento armato alta 8-9 metri va rinchiudendo l'intera città strangolandone l'economia: non più "pendolarismo" di lavoratori verso Gerusalemme, minor afflusso di pellegrinaggi, chiusura delle piccole attività commerciali e artigianali correlate al turismo.

Perché partono i cristiani? Per sottrarsi alla condizione di «doppia minoranza»: cittadini arabi in un Israele che si concepisce come Stato ebraico e comunità di fede diversa dalla maggioranza araba che si professa musulmana. O per lo scarto tra le attese di un gruppo mediamente ben istruito e le ristrettezze economiche di un presente che sbarra il passo a un futuro sereno per sé e i propri figli. Per il desiderio di ricongiungersi ad altri familiari già espatriati in passato. Infine, per un minor attaccamento alla propria terra. E qui i responsabili delle Chiese locali si sentono chiamati in causa e cercano di far capire ai fedeli l'unicità della loro vocazione: essere nati nella stessa terra del Maestro e discendere dalle primissime comunità di discepoli, chiamati a restare nonostante le difficoltà per far sì che i santuari cristiani rimangano realtà abitate da «pietre vive» e non solo monumenti o vestigia archeologiche.

Avrete forse notato che fin qui abbiamo sempre parlato di cristiani e non di cattolici. In Terra Santa più che altrove, per i fedeli le divisioni in riti e in Chiese sono più affare di teologi e di clero che non di popolo. Va detto che ci sono tredici diverse giurisdizioni ecclesiastiche - ortodosse, cattoliche ed evangeliche - che fanno capo a Gerusalemme, più gruppi minori di area protestante, e impronta fondamentalista, "made in Usa". Il popolo, però, vive la vita di ogni giorno percependosi come un unico gregge, semmai con diversi linguaggi liturgici a seconda dei sottogruppi di appartenenza.

Sulle orme del Maestro

È un'esperienza unica essere cristiani negli stessi luoghi di Gesù, il giovane carpentiere della Nazareth di due millenni fa.

Mi è capitato di intuirlo con una particolare intensità una sera mentre in macchina viaggiavo da Gerusalemme a Tel Aviv con un francescano e il suo autista palestinese. Stavamo recitando i misteri gaudiosi del Rosario. L'autista enunciava il secondo mistero: «Maria va a trovare sua cugina Elisabetta ad Ain Karem». Ho avuto un sobbalzo interiore. Avremmo potuto fare una piccola deviazione, seguire la segnaletica stradale e in pochi minuti saremmo arrivati sul luogo del mistero che stavamo contemplando. Quasi riascoltarvi l'eco della voce della Vergine che pronuncia il "Magnificat". Un po' come se il Vangelo parlasse del cortile di casa tua, dei tuoi compagni di gioco di quand'eri bambino o dei tuoi vicini di casa. Eppure narra il Mistero di Dio.

Certo, seguire Gesù nella sua terra significa anche, se sei palestinese, percepire con sgomento e fatica certe pagine dell'"Antico Testamento" ("Bibbia" ebraica prima d'essere cristiana) in cui Dio promette di sostenere Israele contro i suoi nemici.

A te non viene in mente subito l'antico popolo con cui Dio strinse quell'alleanza eterna di cui sei diventato coerede. Pensi piuttosto ai militari col mitra in pugno, alle camionette, agli elicotteri e ai carri armati dell'Israele che oggi ti è avversario e ti schiaccia.

Verso il futuro

Di molte cose materiali hanno bisogno oggi i cristiani di Terra Santa: di case, di lavoro, di nuovi centri di aggregazione giovanile. Le autorità ecclesiastiche fanno la loro parte, consapevoli anche del rischio di sconfinare nell'assistenzialismo. L'istruzione, quella, non manca: nelle molte scuole gestite dalle Chiese crescono insieme come amici allievi cristiani e musulmani, nel rispetto delle differenze e col desiderio comune di un futuro dignitoso.

C'è invece l'urgenza di dare spessore alla formazione religiosa e alla catechesi. In ambito cattolico qualche Vescovo si affida alla collaborazione dei "movimenti" (particolarmente vivace, soprattutto in Galilea, la presenza e l'azione dei "neocatecumenali" tra i fedeli di rito "melkita"), altri continuano a preferire la pastorale ordinaria delle parrocchie.

Alla Terra Santa e alle sue comunità vive, che sono pur sempre la Chiesa madre di tutta la cristianità, continuano a guardare le Chiese locali di tutto il mondo. I pellegrinaggi si moltiplicano, non appena la situazione del Medio Oriente lo consente. Le comitive non giungono più soltanto dall'Europa, come accadeva da secoli. Flussi generosi provengono dall'America Latina (gli statunitensi, sentendosi nel mirino del terrorismo internazionale, non sono numerosissimi), ma anche, in numero crescente, dall'Asia meridionale e dall'Estremo Oriente (specialmente India, Hong Kong e Corea). E non si tratta solo di cattolici o ortodossi. Anche gli evangelici vanno a mettere il loro piede sulle orme di Gesù. Fiumi di persone che, tornati a casa, generano spesso canali di concreta solidarietà e che, tra le asperità quotidiane, fanno sentire meno soli i cristiani di questo prezioso angolo di mondo.