LA "GIORNATA PER LA VITA"

L’enigma della "sofferenza" è il primo di un "triennio" di riflessioni
dedicate al tema della "fragilità".
Nei prossimi anni, i Vescovi metteranno al centro dell’attenzione
"disabilità" e "povertà".
«Il "dolore umano" resta un "mistero" e la "Chiesa" aiuta ad "alleviarlo".
Contro l’"aborto", mette in campo anche "aiuti concreti"
per l’"accoglienza" delle madri in difficoltà».
Il Direttore dell’"Ufficio Cei" per la "Pastorale della Famiglia":
«C’è tutto un mondo di persone che si spende per "alleviare" i "disagi" altrui,
e le Diocesi ne valorizzeranno il "protagonismo"».

RITAGLI     «"Eutanasia" e "aborto"?     DOCUMENTI
Fuga dalla "sofferenza"»

Don Sergio Nicolli: «La "Chiesa" offre aiuto e speranza».
«Sul "Caso Eluana", ci si meraviglia di come possa essere prospettata
la morte per "fame" e per "sete", che è una "crudeltà"».

Da Roma, Gianni Santamaria
("Avvenire", 31/1/’09)

"Eutanasia" e "aborto" sono «scorciatoie» per non affrontare la "sofferenza", le situazioni di limite e dolore che necessiterebbero, invece, di vicinanza e "accompagnamento". Lo hanno ribadito i Vescovi nel "Messaggio" per la "XXXI Giornata per la Vita", che si celebra domani propio sul tema: "La forza della vita nella sofferenza". Ma la "comunità cristiana", spiega Don Sergio Nicolli, Direttore dell’"Ufficio Cei" per la "Pastorale della Famiglia", non si limita a ricordare dei "principi". C’è tutto un mondo di persone che si spende per alleviare i disagi altrui e le Diocesi in quest’occasione ne valorizzeranno il "protagonismo". Un mondo che non è nato ieri. Come non da ieri la "fragilità" è al centro della "vita ecclesiale". «La riflessione si articolerà in un "triennio" dedicato, dopo il "Convegno di Verona", al tema della "fragilità". A come vivere dignitosamente e far sprigionare la vita in tutte le condizioni», ricorda il Sacerdote. Dopo quest’anno, dedicato al "soffrire", si pensa di proseguire mettendo al centro "disabilità" e "povertà".

Quest’anno la "Giornata" cade, però, tra le preoccupazioni destate dal "Caso Englaro"

Che è diventato emblematico di tante situazioni analoghe. E richiama un mondo di problemi che ricadono sulle famiglie, che non vanno lasciate sole. In casi come questi, forse, più che la persona malata, infatti, a soffrire è la famiglia. C’è tutto un contesto di "relazioni" che vengono messe in moto. E questa possibilità non può essere cancellata con la "soppressione" della persona. Non è la soluzione del problema. Si tratterebbe, poi, di far morire Eluana di fame e di sete e quindi di sottoporla a una sofferenza, che lei forse non potrà esprimere, ma che in ogni caso è una "crudeltà". Ci si meraviglia di come possa essere prospettata una soluzione del genere.

Tra le "scorciatoie" per evitare disagi e sofferenze, c’è l’"aborto". Anche qui ci si limita solo a dire dei «no»?

In tutte le Diocesi ci sono "centri di aiuto alla vita" attraverso l’accoglienza delle madri. Sono una forma concreta di attenzione a loro e al "nascituro". Il suo "diritto a vivere" non bisogna solo pretenderlo, ma anche sostenerlo economicamente e "logisticamente". Ci sono poi iniziative che guardano al "post-aborto". Dunque, non ci si limita a "condannare", ma si aiuta chi porta dentro questa sofferenza. Va accompagnato a vivere l’esperienza vera del "perdono" e a superare il "trauma".

Oggi, invece, si tende a rimuovere la "sofferenza". E a chi la ricorda viene "rinfacciato" di volerla quasi imporre. Come risponde?

È tipico della cultura che viviamo: se un "apparecchio" non va, si chiama il "tecnico" e si risolve. Ma la "sofferenza umana" rimane un "mistero" che non può essere "disgiunto" dalla vita. La "Chiesa" guarda in faccia questa realtà. Cosa possiamo fare per "alleviare" il dolore, per far sì che non contraddica la grandezza e bellezza della vita?

Molte iniziative che vanno verso la "terapia del dolore" vedono proprio l’impegno di "credenti"…

Certo, non c’è nessuna scelta "masochista", né la valorizzazione della sofferenza in sé. Quando questa non può essere vinta, però, bisogna fare in qualche modo scaturire le grandi possibilità che sprigiona. Il "dolore", infatti, può sì "schiacciare", ma molti lo hanno vissuto con tale "ricchezza" da confortare anche gli altri.

Quest’anno si mette a tema anche il ruolo delle "badanti". Perché?

Perché al di là delle situazioni di grave "disabilità", oggi l’innalzamento dell’età porta a una "dipendenza" necessaria da persone che possono dare una mano a vivere con "dignità" e serenità. Il fenomeno delle "badanti" non deve, però, essere considerato un "ripiego". Spesso queste persone lasciano le loro famiglie per occuparsi dei nostri anziani. La stima e l’apprezzamento che i Vescovi esprimono per loro si deve tradurre in uno sguardo di "benevolenza". Senza avere pretese impossibili o pensare che oggi ci servono, ma poi le possiamo "scaricare".