Secondo il
direttore dell’"Ufficio Cei per la cooperazione"
va risvegliata l’attenzione.
«Accendete i riflettori
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sull’Africa che soffre»
Don Cesena:
«Bisogna far sentire ai missionari la nostra vicinanza
e tenere vivo lo scambio».
Oggi la diocesi di Novara pregherà per la pacificazione del Ciad.
Da
Roma, Gianni Santamaria
("Avvenire",
10/2/’08)
Una Quaresima di preghiera, riflessione e azione, indirizzate verso l’Africa. Un periodo in cui non siamo solo chiamati a uno stile di vita personale diverso, ma anche a mettere specificamente al centro la "dimensione missionaria". Con la vicinanza spirituale, con l’aiuto concreto a uomini e donne che vengono mandati in quelle terre, con l’accoglienza e la valorizzazione di quelle persone che i "flussi migratori" portano da noi. «I missionari che sosteniamo in quei luoghi non vivono solo una "frontiera" di carattere sociale o educativo. Stanno animando una comunità credente verso la quale anche la nostra sensibilità deve accendersi», sottolinea don Giovanni Attilio Cesena, milanese, 51 anni, da appena una settimana direttore dell’"Ufficio Cei per la cooperazione missionaria tra le Chiese". Per questo l’Ufficio propone alle parrocchie italiane di tenere in particolare considerazione alcuni luoghi dove attualmente la sofferenza è acuta: Ciad, Kenya, Somalia, Sudan.
Quali gli scopi dell’iniziativa?
Da un lato, ed è quello
fondamentale, esprimere solidarietà alle popolazioni colpite e nello stesso
tempo ai missionari che sono sul posto. Ma è anche un richiamo che facciamo
come cristiani alle nostra comunità e alla società civile in Italia, per
sollecitare attenzione. Per tenere accesi i "riflettori" sulle realtà di questi
Paesi. E più in generale sull’Africa, nella quale in questo momento si
concentrano sofferenze "tangibili" per i civili, per le famiglie.
Passano sotto silenzio nel frastuono dei "media"?
C’è una certa attenzione
anche dell’opinione pubblica e dei "mass-media".
Però va sottolineato e fatto conoscere che ci sono missionari italiani –
preti, suore e laici – che rimangono sul posto oppure che desidererebbero
esserci, ma magari sono usciti per un periodo di studio o di
"congedo". Insomma,
che attraverso di loro c’è una presenza della Chiesa italiana in questi
luoghi di sofferenza.
Cosa si muove qui da noi?
C’è una "rete" di contatti che
si sviluppa nella Chiesa italiana per la sua caratteristica di essere molto
attenta e molto popolare su queste cose. Noi che operiamo a livello nazionale e
delle "Pontificie opere missionarie" abbiamo il compito di richiamare
ai nostri fedeli queste situazioni e far sentire ai missionari la nostra
vicinanza. Ad esempio, con la preghiera. Tra le tante iniziative, so che
domenica (oggi per chi legge, "ndr") la diocesi di Novara, presente in
Ciad con i suoi "fidei donum", chiede a tutte le comunità
parrocchiali di pregare per la pacificazione di quel Paese e per tutte le
persone coinvolte nei fatti recenti.
Oltre che a livello spirituale, sollecitate una consapevolezza a livello di riflessione e opere. Come agire?
Su quest’ultimo versante ci
sono vari canali, piuttosto che un’unica iniziativa. Per le specifiche
richieste di aiuto, indirizziamo a quanto fa la "Caritas italiana".
Nello stesso tempo diocesi e congregazioni che hanno persone sul posto si
organizzano per conoscenze dirette e canali immediati. Mi pare, però che sia
importante rendersi conto che quell’area, l’Africa centro-orientale, sta
vivendo un momento di grossa tensione, che va inevitabilmente a ricadere su
popolazioni già tanto provate. Anni fa ho visitato Ciad e Kenya e ho visto
quanti aspetti promettenti ci sono tra la gente più semplice, quanti desideri
di riscatto, di rendersi protagonisti responsabili del proprio futuro. E quanto
invece la "geopolitica" del momento sta spegnendo queste speranze.
Cammini e voci che i missionari aiutano a costruire con fatica vengono soffocati
da atti di violenza e lotte di potere.
Cosa fare nelle nostre comunità?
Spesso su queste notizie si
accendono i "riflettori" in casi di emergenza, violenze dell’uomo o della
natura. Invece va tenuto vivo lo scambio con quelle terre. La scommessa non è
tanto sul titolo di un giorno, ma proprio su questo cammino quotidiano di
"sensibilizzazione".
Nelle nostre comunità arrivano sempre più sacerdoti, ma anche laici, da quei Paesi. Come valorizzare questa ricchezza?
Se pensiamo ai laici, chi viene da Africa e America Latina ha avuto spesso responsabilità notevoli in parrocchie o diocesi, che noi non siamo in grado di ospitare o di riconoscere e che sarebbero interessanti per vivere davvero in una dimensione «cattolica».
In Quaresima siamo chiamati a uno stile "sobrio", anche per donare.
Certo, ma non c’è soltanto
il mandare aiuti. I missionari che sosteniamo in quei luoghi non vivono solo una
"frontiera" di carattere sociale o educativo. Stanno animando una
comunità credente verso la quale anche la nostra sensibilità deve accendersi,
non solo perché sia quantitativamente numerosa. È anche la qualità della loro
fede che deve interpellarci. Vivono in situazioni molto più difficili ed
estreme delle nostre, con una coerenza che può diventare un
"magistero" per noi.