DON ANDREA SANTORO: TESTIMONE DEL VANGELO
Pochi giorni prima di essere ucciso a Trebisonda,
il sacerdote italiano
scrive agli amici italiani parole dense di amore per il popolo turco.
La rivoluzione del Vangelo vissuta in
mezzo alla gente
e le difficoltà della testimonianza quotidiana in una terra dove l’islam
detta legge.
L’offerta totale dell’esistenza all’ideale cristiano e il presagio del
sacrificio.
Don Andrea Santoro
Carissimi,
voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c'è
il sereno, e non soltanto invocare il sole quando c'è la pioggia. Inoltre è
giusto vedere il filo d'erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.
Ecco dunque alcuni fili d'erba verde. Qualche giorno prima di rientrare in
Italia, nell'ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di
ragazzi piuttosto vocianti e rumorosi. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e
rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un
luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4-5
ragazzi, sui 14-15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi
domande: «Ma sei qui perché ti hanno obbligato?». «No, sono venuto
volentieri, liberamente». «E perché?». «Perché mi piace la Turchia.
Perché c'era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi
sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani…».
«Ma sei contento?» (hanno usato la parola mutlu che in turco vuol dire
felice). «Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi, sono ancora
più contento. Vi voglio bene». A questo punto gli occhi di una ragazza si sono
illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: «Anche
noi ti vogliamo bene». Dirsi «ti vogliamo bene», dentro una chiesa, tra
cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a
giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un
granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi? Lo getti e poi lo lasci
fare…E non è forse vero che «se ami conosci Dio» e lo fai conoscere e se
non ami, quand'anche possedessi la scienza o parlassi tutte le lingue, o
distribuissi i beni ai poveri, non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?
Un altro filo d'erba. Una sera verso gli inizi di dicembre, ero in strada con il
mio pulmino. Dovevo girare, ho messo la freccia e ho cominciato a voltare.
Veniva una macchina velocissima. Ha dovuto frenare per non investirmi. Uno è
sceso e ha cominciato a urlare. Conoscendo l'irascibilità dei turchi,
soprattutto se sono ubriachi, ho proseguito, temendo brutte intenzioni. Mi sono
accorto che mi inseguivano. Arrivato in piazza mi hanno sbarrato la strada. Mi
sono trovato con la portiera aperta, uno che mi ha sferrato un pugno, un altro
che mi strappava dal sedile e l'altro ancora che voleva trascinarmi. Ho portato
il segno di quel pugno per qualche giorno e la spalla, tirata, che a volte mi fa
ancora male. È intervenuta la polizia: erano ubriachi ed è stato fatto un
verbale a loro carico. Me ne sono tornato a casa stordito, chiedendomi come si
potesse diventare delle bestie. Mi sono venuti in mente i litigi in cui ci
scappa un morto, le violenze fatte a una ragazza sola, il divertimento sadico ai
danni di qualche povero disgraziato. Devo dirvi la verità: ho avuto paura e per
qualche notte non ho dormito. Continuavo a chiedermi: perché? Come è
possibile? Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della
chiesa. Sono andato ad aprire, erano tre giovani sui 25-30 anni. Uno mi ha
chiesto: «Si ricorda di me?». Ho guardato bene e ho riconosciuto quello che mi
aveva tirato per la spalla. «Sono venuto a chiederle scusa. Ero ubriaco e mi
sono comportato molto male. Padre mi perdoni». «Va bene, gli ho detto, stai
tranquillo. Ma non farlo più, per chiunque altro». Poi mi hanno chiesto di
visitare la chiesa. Continuava a chiedermi scusa ad ogni passo. Ha visto una
pagina del vangelo esposta nella bacheca: «Amate i vostri nemici» e allora ha
capito perché lo avevo perdonato. Poi mi fa: "Anche da noi c'è un detto:
«getta i fiori a chi ti getta i sassi»". Quindi ha continuato: «Abbiamo
avuto un incidente qualche giorno dopo che l'avevamo picchiata. La macchina è
rimasta distrutta, uno è ancora in ospedale e noi due siamo ammaccati. Da noi
si dice che se uno fa del male a una persona e poi muore non può presentarsi a
Dio. Perché Dio gli dice: è da quella persona che dovevi andare. Da voi padre
è la stessa cosa?». «Anche noi diciamo che non basta rivolgersi a Dio, ma che
bisogna riparare il male fatto al prossimo. Diciamo però anche che se
l'innocente offre il suo dolore per il colpevole, questo ottiene da Dio il
perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita
innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo
sbranavano e ha pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno.
Con la sua croce ha spezzato la lancia». A quel punto hanno guardato la croce.
Il terzo che era con loro era un mio vicino di casa, che aveva loro indicato la
chiesa e si era fatto loro mediatore. Era felice di mostrare loro la chiesa e di
aver ottenuto la riconciliazione col prete che conosceva. C'è scappato anche un
invito a cena, al ritorno dall'Italia. Vedremo se il pugno ha fruttato anche un
bel piatto di agnello arrosto!
Qualche altro filo d'erba? Un venerdì in chiesa un gruppo di ragazzi è stato
particolarmente maleducato e strafottente. Altri tre, più grandi, assistevano
da lontano. Alla fine mi hanno chiesto di parlare. Con molta educazione hanno
fatto ogni genere di domande, ascoltando con rispetto le mie risposte e facendo
con garbo le loro obiezioni. Ci siamo salutati. La mattina seguente un giovane
ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini:
«Padre, accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di
ieri».
Un'altra volta entrano due ragazze: «Padre mi riconosce?», mi fa una. «Si,
certo!». «Lei una volta mi ha detto che Gesù non ha mai usato la spada, è
così?». «Sì, è così». «Maometto - mi fa - l'ha usata è vero, ma solo
come ultima possibilità…». «Gesù - le rispondo - neanche come ultima
possibilità. Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, disse, e lui stesso s'è
fatto agnello per guadagnare i lupi. Se contro la violenza usi la violenza si fa
doppia violenza. Male più male uguale doppio male. Ci vuole il doppio di bene
per arginare il male. Se scoppia un incendio che fai? Butti legna?». «No,
acqua». «Ecco, appunto. Ma non è facile. Questo però è il vangelo. Nelle
mani di Gesù non c'è la spada, ma la croce…». Mi ha seguito attenta, ma
frastornata. Perché mi meraviglio? Quanti cristiani sono non solo frastornati,
ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza, la
vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada: nella vita pubblica e in
quella privata. Se lo fa un musulmano in fondo non è strano: segue il suo
fondatore. Ma se lo fa un cristiano non segue il proprio Fondatore, anche se ha
croci da ogni parte, al collo, in casa e su ogni campanile.
Un altro filettino verde delicato. Sull’aereo, di ritorno da una riunione col
vescovo a Iskenderun, c’erano accanto a me due anziani coniugi e una giovane
ragazza, elegante e carina. I due anziani erano piuttosto malmessi e inesperti.
La ragazza con molta delicatezza ha sistemato ad entrambi la cintura, si è
piegata a terra a raccogliere alcune cose cadute, si è prodigata in ogni modo,
non con rispetto ma con venerazione. Lui continuava a sgranare il suo rosario
musulmano, accompagnando le mani con le labbra che pronunciavano i 99 nomi di
Dio. Lei al suo fianco, muta e col velo sul capo, dava l’idea di sentirsi
contenta accanto al suo bravo marito in preghiera.
Ora vi faccio intravedere qualcosa della steppa in cui mi è faticoso a volte
camminare, ma in cui volentieri do tutto me stesso, cercando di essere io stesso
un filo d’erba, anche se a volte mi sento una rosa piena di spine pungenti.
Quando avverto che per difendermi dalle spine tiro fuori le mie, mi rimetto
sotto la croce, la guardo e mi ripropongo di seguire il «mio» Fondatore,
quello che non usa né spada né spine, ma ha subìto e l’una e le altre per
spezzare la spada e toglierci le spine del risentimento, dell’inimicizia, dell’ostilità.
Gli chiedo di farmi grazia del «suo» Spirito per tenere a bada il mio.
Cominciamo dai bambini. Accanto a quelli sorridenti, affettuosi, rispettosi si
è intensificato in questi ultimi mesi un nugolo di lanciatori di sassi, di
disturbatori, di «piccoli provocatori» di ogni genere. I bambini sono lo
specchio del mondo degli adulti. A casa, a scuola, in televisione si dicono
spesso di noi cristiani bugie e calunnie. Il risultato non può che essere lo
scherno di quei «piccoli» che Gesù voleva a sé ma di cui metteva in guardia
quanti li «scandalizzano» cioè quanti sono per essi «motivo di inciampo e di
induzione al male». Mi sono ricordato di quando da bambino sentivo «parlare
male» dell’unica famiglia protestante del mio paese o di quando sentivo dire
che «tutti i turchi fanno cose turche». Il male che si riceve, a volte ti
rimette sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato. In altri momenti mi
tornano in mente le parole di Giobbe sofferente, figura della passione di Gesù:
«Tutto il mio vicinato mi è addosso… anche i monelli hanno ribrezzo di me…
mi danno la baia…» (Giobbe 18,7 e 19,18). Stiamo studiando una strategia
ancora maggiore di affabilità e accoglienza, di silenzio, di sorriso, di
persuasione.
Una famiglia di musulmani diventati cristiani prima che io arrivassi a Trabzon,
mi ha parlato del pianto dei suoi bambini a scuola quando si diceva ogni sorta
di male dei cristiani. Ne hanno parlato con l’insegnante ricevendo le scuse e
un impegno di maggiore onestà e correttezza. Un padre di famiglia, registrato
musulmano sul documento di identità (in Turchia sulla carta di identità è
annotata la religione), desidera ritornare alla fede cristiana dei suoi
antenati. Ma si scontra con gli insulti e le minacce di alcuni del suo
villaggio. «Se mi assalgono e io rispondo sono ancora cristiano?», mi chiedeva
preoccupato e pensoso. «Sì – gli rispondevo – perché il Signore capisce
la tua debolezza. Ma ricordati che a noi cristiani non è lecito "l’occhio
per occhio e dente per dente". Noi siamo discepoli di Colui che porta le
piaghe su tutto il suo corpo e che ha detto a Pietro: "Rimetti la spada nel
fodero…". Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo
sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei
martiri, non dalla violenza come risposta alla violenza». Un giovane che per
motivi sinceri e retti si era accostato alla chiesa non ha resistito all’ostilità
degli amici, dei familiari, dei vicini di casa e alle «premure» della polizia
che pur garantendogli piena libertà («la Turchia è uno stato laico, sei
libero», gli hanno detto) gli chiedeva comunque perché andava, cosa accadeva
in chiesa e se conosceva tizio e caio... Una signora cristiana di nazionalità
russa, sposata con un musulmano e madre di un bambino, mi raccontava le angherie
della suocera, il disprezzo dei parenti perché «pagana e idolatra», e le
ripetute spinte a divenire musulmana. Appena ha letto, entrando in chiesa, una
frase scritta in russo, gli si è rischiarato il volto. Le ho dato una Bibbia in
russo e altri libri di preghiera sempre in russo. Si è sentita finalmente
«libera» e davvero «sorella».
Consentitemi ora una riflessione a voce alta, alla luce di quanto vi ho
raccontato. Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti
i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, l’umiltà,
anche per essi è possibile il paradiso. È vero. Ma è altrettanto vero il
contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la
loro fede è piena di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre
loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di
seconda categoria. Perché dico questo? Perché credo che mentre sia giusto e
doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei
buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che
nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano
prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, una piena
stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza
non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è
chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si
lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio
patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere,
testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da
fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non
sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che
sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da
parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o
privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o l’assetto
giuridico degli stati.
La ricchezza del Medio Oriente non è il petrolio ma il suo tessuto religioso,
la sua anima intrisa di fede, il suo essere «terra santa» per ebrei, cristiani
e musulmani, il suo passato segnato dalla «rivelazione» di Dio oltre che da un’altissima
civiltà. Anche la complessità del Medio Oriente non è legata al petrolio o
alla sua posizione strategica ma alla sua anima religiosa. Il Dio che «si
rivela» e che «appassionatamente» si serve è un Dio che divide, un Dio che
privilegia qualcuno contro qualcun altro e autorizza qualcuno contro qualcun
altro. In questo cuore nello stesso tempo «luminoso», «unico» e «malato»
del medio oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma
anche con coraggio. La chiarezza va unita all’amorevolezza. Il vantaggio di
noi cristiani nel credere in un Dio inerme, in un Cristo che invita ad amare i
nemici, a servire per essere «signori» della casa, a farsi ultimo per
risultare primo, in un vangelo che proibisce l’odio, l’ira, il giudizio, il
dominio, in un Dio che si fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé l’orgoglio
e l’odio, in un Dio che attira con l’amore e non domina col potere, è un
vantaggio da non perdere. È un «vantaggio» che può sembrare «svantaggioso»
e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e
capace di conquistare il cuore del mondo. Diceva S. Giovanni Crisostomo: Cristo
pasce agnelli, non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi
perderemo. Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata
dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di
«questo» Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo
mediorientale semplicemente come «cristiano», «sale» nella minestra,
«lievito» nella pasta, «luce» nella stanza, «finestra» tra muri innalzati,
«ponte» tra rive opposte, «offerta» di riconciliazione? Molti ci sono ma di
molti di più c’è bisogno. Il mio è un invito oltre che una riflessione.
Venite!
Vi lascio ringraziandovi dell’accoglienza nelle tre settimane trascorse a
Roma. Desidero ringraziare in particolare i tanti parroci romani e i
responsabili di varie realtà studentesche che mi hanno invitato a tenere degli
incontri o delle testimonianze.
Ringrazio Dio per quanti hanno aperto il loro cuore. Ma sia ancora più aperto e
ancora più coraggioso. La mente sia aperta a capire, l’anima ad amare, la
volontà a dire «sì» alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida
su strade di dolore e ci fa assaporare più la steppa che i fili d’erba. Il
dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventa cattedra
di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Ci sentiremo ancora.
Uniti nella preghiera vi saluto con affetto. Potete scrivere i vostri pensieri,
fare le vostre domande, esprimere le vostre proposte. Insieme si serve meglio il
Signore.
Don Andrea Santoro
Roma-Trabzon, 22 gennaio 2006