LETTERA DI
DON ANDREA
«Essere
gli uni per gli altri» ![]()
Don Andrea Santoro
("Mondo e Missione", Marzo 2006)
All’indomani del martirio di don Andrea Santoro, assassinato a Trabzon, in Turchia, il 5 febbraio scorso, rendiamo omaggio a questa figura di sacerdote e di uomo del dialogo, pubblicando una sua lettera uscita sul periodico che lui stesso curava, "Finestra sul Medio Oriente", nel febbraio del 2003. Una testimonianza di fedeltà al Vangelo e di servizio agli altri. Che lascia aperta la porta dell’incontro e del dialogo con il mondo musulmano.
Vi scrivo da Trabzon, sul
Mar Nero. Urfa la portiamo sempre nel cuore e tra qualche giorno ci andremo, per
rivedere i vicini e gli amici e ritornare a far visita (pur con le difficoltà
dell’inverno) alle comunità cristiane sparse ancora più ad est. Urfa (con
Harran, il villaggio di Abramo a circa 45 chilometri) è per me sempre l’eco
delle parole dette da Dio ad Abramo: «Lascia la tua terra, la tua patria e la
casa di tuo padre verso una terra che io ti indicherò… Io ti benedirò e tu
sarai una benedizione per tutti i popoli della terra». Urfa è la «partenza»
di ogni giorno.
Urfa è Dio che con una intelligenza, un potere e un amore più grande del
nostro ha i suoi disegni su di noi e ci chiede la disponibilità. Urfa è la
potenza di una benedizione, di una gioia e di una fecondità senza fine, di cui
Dio si rende garante. Perciò Urfa rimane la radice e la bussola di questo
nostro muoverci in Turchia e in Medio Oriente.
A Trabzon […] ci sono una quindicina di cristiani, su una popolazione di
200-250 mila musulmani. «Andate in tutto il mondo», diceva Gesù. Abbiamo un
debito anche nei confronti di questa città: annunciare un amore che si è fatto
«carne» e «sangue» ed essere noi lo specchio di questo amore. Perché Dio ha
solo «figli», anche se diversi per lingua, nazionalità e religione, anche se
separati da «distanze» antiche e nuove. Stranieri tra loro, i popoli, le
religioni e le culture non lo sono per Lui. Il Signore ci ha concesso di gustare
la «beatitudine» della povertà, cioè, come dice la parola, uno «stato beato
del cuore», una pace derivante proprio dalla povertà, o meglio, nel caso
nostro (perché «povertà» è una parola grossa in rapporto alla vere grandi
terribili povertà), da alcuni aspetti umili e semplici della vita di tutti i
giorni, uniti a un po’ di precarietà. Vi faccio alcuni esempi: spesa fatta
con economia e mangiare molto semplice, vestiti dimessi ma soprattutto ben
pesanti per gli spifferi, stanze tiepide ma scale, corridoi e bagni gelidi,
legna da caricare ogni giorno per la stufa, molte cose in valigia per mancanza
di armadi…
La lingua continua ad
essere un’esperienza di povertà: dover sempre imparare, poter dire solo un’infinitesima
parte di quello che si vorrebbe dire, riparare i malintesi dovuti proprio alla
lingua (in comunità parliamo turco, italiano, tedesco, rumeno) e subito
risanarli, oltre che con le scuse dovute, anche con squisiti cioccolatini
italiani! Nel preparare le mie omelie ho scoperto che la povertà della lingua
mi spinge all’essenzialità, la sua novità mi fa cogliere meglio la novità
del Vangelo, la diversità degli uditori (quasi tutti ex musulmani) mi costringe
ad andare al cuore dell’annuncio e me ne mostra le insospettabili ricchezze. A
volte mi pare di tornare io stesso alle soglie della fede e lo stupore della
meraviglia mi fa uscire dalla bocca espressioni di lode e di gioia. La
diversità di mentalità e di abitudini ci fa toccare un’altra forma di
povertà. La «beatitudine» di cui parla Gesù si manifesta come la
«tranquillità di stare in mano a Dio» e di avere in Lui tutto. Perdonami,
Signore, se nei disagi mi sale più facile il lamento piuttosto che il ricordo
del tuo: «Beati i poveri in spirito». Grazie per avermelo fatto sperimentare.
Per alcuni giorni di seguito il Vangelo della Messa ha riportato sempre dei
miracoli di Gesù. Mi veniva da pensare che proprio dei miracoli abbiamo
bisogno. L’uomo può essere guarito di dentro e può essere risanato
definitivamente nel corpo solo da un miracolo di Dio. Che cos’è una
conversione interiore se non un miracolo? Che cos’è la resurrezione dei morti
che aspettiamo se non un miracolo? Le durezze umane, l’oscurità del cuore, i
pregiudizi, gli egoismi, il dolore profondo che avvolge le anime e consuma i
corpi da chi possono essere risanati se non da Dio? In fondo tutta la storia
biblica è un miracolo continuo di Dio. Il Vangelo è il miracolo della grazia
che illumina, riconcilia e converte, è il miracolo della tenerezza di Gesù che
rimette in piedi gli zoppi, i ciechi, i lebbrosi, i morti, gli uomini sfigurati
dall’abbrutimento del peccato e dagli attacchi di satana. Bisogna chiederli
questi miracoli, bisogna esserne convinti, bisogna contare su di essi e non
sulle nostre piccole esili risorse. A volte invece lasciamo a Dio le briciole e
ci facciamo carico di cose troppo grandi per noi. C’è bisogno di miracoli in
Turchia, in Medio Oriente, in Europa. Debbo lasciare più spazio di manovra a
Dio, alla sua Parola e alla sua Grazia perché possa compierli. Dobbiamo avere
la fiducia degli umili e dei semplici, o quella dei disperati e degli afflitti.
Dov’è sant’Antonio,
mi chiedeva una signora? Voglio andare a trovarlo, perché dopo un lungo
sbandamento mi ha restituito l’anima di mia figlia. Ho invidiato la
semplicità e l’ingenuità così «intelligente» di questa donna. In fondo,
un santo è la presenza miracolosa di Dio in un uomo e chi vi si accosta attinge
a questa stessa potenza. Così mi ritrovo ogni giorno a chiedere a Dio dei
miracoli: «Compi o Dio la tua opera - dico - non regolarti secondo la mia
piccolezza ma secondo la tua grandezza. Non guardare ai miei meriti ma alla tua
bontà. Sii tu Dio, perché io sono solo un uomo».
Per concludere vi racconto due episodi. Il primo è stato il regalo di una cassa
da morto (!). Proveniva dall’Italia e aveva trasportato il corpo di una
giovane donna turca, sposata a un italiano e morta improvvisamente a Milano. Ma
i musulmani usano seppellire i morti nella nuda terra, avvolti in un lenzuolo;
perciò la famiglia si è rivolta alla parrocchia offrendole in dono la cassa.
Ci abbiamo riso un po’ tra di noi, ma è stata l’occasione per pregare
insieme alla famiglia, per partecipare al suo dolore, per scoprire con gioia di
avere in comune con i musulmani la stessa fede nella risurrezione e nella vita
eterna, per riflettere tra noi su come proprio i musulmani, insieme agli ebrei,
abbiano conservato il modo di seppellire con cui fu sepolto Gesù. L’usanza
della cremazione, che da noi si va diffondendo, ci è sembrata così lontana dal
simbolismo della sepoltura cristiana conservato in tutto il Medio Oriente: il
corpo viene deposto come un «seme sotto terra» per raccoglierlo, fiorito, nel
giorno della risurrezione; il corpo viene adagiato in terra nel «sonno della
morte» per essere «risvegliato» da Dio nell’ora della risurrezione. Perché
perdere questi significati così antichi e così profondi? Ora la cassa, che ci
ha portato a così serie riflessioni, giace silenziosa e luminosa, in un angolo
della casa.
L’altro episodio è stato una gita in montagna sotto la neve. Con Aydin e Veissel siamo arrivati a piedi in una minuscola trattoria, dove una quindicina di uomini stavano mangiando cipolla, pane fresco e pecora alla brace. Ogni tanto qualcuno si allontanava per fare la sua preghiera sul tappetino. Anche noi, più furtivamente, abbiamo pregato. Si è accostato a noi uno di loro per offrirci delle arance. «Che cosa fai?», mi ha chiesto. «Sono un prete», gli ho risposto. «Anche io», mi fa. Era un imam, cioè il capo di una moschea di villaggio. «Quanti sono i cristiani in tutto il mondo?». Io mi faccio alcuni calcoli, lui si fa i suoi per quanto riguarda i musulmani. Il mio amico Aydin ci ricorda che ci sono anche buddhisti, induisti, credenti di altro genere e non credenti nel mondo. «Siamo tanti e diversi, gli dico, ma tutti siamo suoi, perché sue creature. Dio ci conosce e ci ama». «Sì - dice lui - il Corano afferma che anche due aquile che volano vicine nello stesso cielo sono diverse tra loro». Poi aggiunge: «Tutte le cose Dio le ha fatte per noi, ma noi siamo per Lui». «Siamo anche gli uni per gli altri, aggiungo io, io per te e tu per me. Se io sono solo per i cristiani e tu per i musulmani questo non conta. Dobbiamo essere io per i musulmani e tu per i cristiani, questa è la pace». «Ci sono moschee in Italia?», mi chiede. «Sì, a Roma ce n’è una molto grande fatta da uno dei migliori architetti italiani. È giusto che i musulmani in Italia abbiano una moschea per pregare come è giusto che i cristiani qui abbiano una chiesa per pregare. Questa è la pace: amarsi e darsi ciò di cui si ha bisogno». Dagli occhi si vede che è d’accordo. «Bush - dice lui - vuole la guerra, dov’è la pace?». «Sì - rispondo io - non è giusto né se Bush vuole la guerra né se la vuole Saddam. Devono cambiare tutti e due. Tutti dobbiamo cambiare, perché la guerra viene dal di dentro, dal cuore. Dio ama tutti, non vuole la guerra. Tu per esempio ci hai portato le arance: questa è la pace. Ma se io voglio tutto per me e tu tutto per te, questa è la guerra. Se ci giudichiamo, se ci sentiamo superiori, se vogliamo dominare, questa è la guerra. Dobbiamo pulire il cuore non le mani o il volto». «Questa sera - aggiungo - prega per me, io pregherò per te». «Dio è uno», mi dice. «Si, è uno - dico io - . Tutti gli siamo cari». Andiamo avanti ancora un po’, con molta simpatia. Alla fine ci salutiamo calorosamente. Che bello questo colloquio, ci siamo detti fra noi. Ne sono convinto: c’è bisogno di mille di questi colloqui, fra piccoli, fra grandi, in Europa, in Medio Oriente. La pace passa così, fra cuori che si aprono, tra menti che si allargano perché si ascoltano. Dio dall’alto ci guarda. È sotto il suo sguardo che dobbiamo guardarci. Donaci, Signore, la tua grazia. Donaci la grazia della conversione che donasti a san Paolo, oggi, festa della sua conversione. Donaci un cuore mite, amorevole, umile, pronto al sacrificio, come quello di Gesù. Spesso, Signore, dentro mi sento duro e vecchio. Il Signore doni anche a voi la sua grazia e la costanza di rinnovarvi ogni giorno alle sue sorgenti. Donaci, Signore, di servirti nella carità e nella ricerca dell’unità. Suscita, Signore, in mezzo a noi uomini santi, persone dotate dei carismi, delle vocazioni e delle capacità di cui abbiamo bisogno.