In tante, tantissime, tutte a votare: con il
coraggio che solo loro sanno quanto sia grande. Dei sei milioni di afghani
recatisi alle urne per le prime elezioni nella storia millenaria di quel Paese,
le donne sono state il 41%. Una percentuale impressionante, tanto più se si
pensa che nell'Afghanistan che si affaccia alla modernità dopo il medioevo dei
"taleban", il tasso di analfabetismo è ancora altissimo (per le donne, fino
all'80%). Per non dire dell'arretratezza sociale complessiva e del ruolo
marginale occupato dalle donne in quella società. Eppure, sarà ben difficile
che questa informazione riesca a diventare una notizia sui nostri grandi mass
media, in tutt'altre notizie affaccendati. Ma questo non vale, certo, per noi. E
per una serie di ragioni.
Innanzitutto perché il voto delle donne afghane aiuta a distinguere le notizie
vere da quel chiacchiericcio di fondo che pervade la nostra società occidentale
e anche l'universo femminile; e poi perché il coraggio, virtù di questi tempi
quanto mai negletta, merita il giusto riconoscimento ovunque si manifesti. Se
non altro perché, specie quando è esercitato nelle difficilissime condizioni
di cui si parla, aiuta a ristabilire le proporzioni e a ridefinire correttamente
il concetto stesso di coraggio. Non va dimenticato, infatti, che queste persone
non solo sono in gran parte analfabete, ma sono anche donne: il che significa,
nella loro cultura di appartenenza, che sono considerate più al rango di
«animali» che di persone. E, più o meno, sono delle schiave.
Il sogno di poter passare da «animali» a persone, da schiave a libere: ecco
cosa ha spinto le afghane a vincere chissà quali resistenze (anche interiori),
chissà quali ostacoli (a cominciare da quelli familiari, certamente i più
duri). Donne magari ignoranti, ma non stupide. "Cosa vi aspettate da queste
elezioni?", chiedevano nei giorni scorsi i giornalisti occidentali a questa o
quella sagoma azzurra prigioniera nel burqa. E la risposta era una sola per
tutte: speriamo che, dopo il voto, anche noi si possa andare a scuola.
Non chiedevano di liberarsi dal burqa, e nemmeno pretendevano la liberazione
sessuale (l'unica vera «conquista» per la donna, secondo il verbo imperante in
Occidente, quello del «politicamente corretto»). Chiedevano e sperano, le
donne di Kabul, di essere liberate dall'ignoranza, per avere finalmente
l'opportunità di pensare e di decidere nella propria libertà di esseri
pensanti. Come a dire "iuxta propria principia". Perché «animali»
sì, ma liberi e pensanti, siamo stati fatti, e per questo capaci di liberi
desideri e aspirazioni.
È una scommessa già vinta quella delle donne afghane: la loro intelligenza - e
magari anche il loro intuito tutto femminile - le ha spinte già oltre ogni
ostacolo. Hanno immaginato che altri orizzonti possono aprirsi con quella enorme
scheda elettorale depositata nelle urne. Hanno intuito che anche un solo piccolo
gesto può avere un enorme potere liberante, tale da innescare effetti
travolgenti nella vita sociale, non solo per sé, ma anche per i propri figli,
maschi e femmine. Hanno forse già disegnato un mondo diverso, senza rinnegare
il meglio delle loro tradizioni, ma cogliendo il fiore della libertà
individuale che contribuisce a costruire le libertà collettive. Quelle libertà
che solo un riconosciuto e condiviso principio di eguaglianza rende pienamente
umane.
Vi sembra poco? A noi sembra tantissimo. Di sicuro quanto basta per dire ancora
una volta: «Grazie, amiche di Kabul».