Cosa insegna il "Caso Eluana" nell’ultimo mese

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Gabriella Sartori
("Avvenire", 8/1/’08)

Solo un mese fa, per Eluana Englaro, le speranze di continuare a vivere parevano ridotte al minimo; la famosa, e controversa, "sentenza" che autorizza a interrompere per lei idratazione e alimentazione sembrava sul punto di essere eseguita, mentre tutto il percorso di "morte procurata" pareva procedere per così dire in discesa: dalla disponibilità ad accoglierla offerta dalla "clinica privata" (ma "convenzionata") udinese a tutto un vasto "battage" pubblicitario, politico e "ideologico" occupato a sostenere e ad amplificare oltre misura solo le ragioni del "sì" alla morte. Poi, sia pur con qualche difficoltà, ha potuto emergere anche la verità fino ad allora rimasta nascosta: a molte persone, cui era stato fatto credere il contrario, è stato rivelato che Eluana non è una "malata terminale"; che non dipende da alcuna "macchina"; che potrebbe perfino "deglutire" da sola al punto che l’alimentazione e l’idratazione non sono "forzate" e quindi da "interrompere", come pare pensino i giudici che hanno emesso la "sentenza" che dà il "via libera" alla sua morte; pertanto è del tutto impossibile parlare, per lei, di interruzione di "accanimento terapeutico" o simili. Infine, molti italiani hanno appreso che, se la "sentenza" venisse eseguita, Eluana sarebbe "seguita" da un personale disposto a farla morire, con "anti-dolorifici" e "sedativi": a riprova che neppure questi medici e infermieri possono assicurare (come pure è stato fatto, per mesi, da parte di esperti e specialisti davvero "speciali"), che Eluana non soffrirebbe nel morire di fame e di sete. Certo, oggi, un mese dopo, le "carte", dalla "sentenza" in giù, sono ancora tutte lì e nessuno può dire se e come Eluana potrà continuare a vivere. Quella che è cambiata, però, e non di poco, è l’informazione di base, oggi un tantino più accorta, o meno "fanatica", almeno a livello "regionale". Restano le "roccaforti nazionali" del pensiero unico ed esclusivo, ma che prima o poi cederanno: non si può dar torto alla realtà. E infatti, ieri, anche la "clinica" udinese che aveva offerto piena disponibilità ad eseguire, primo "istituto sanitario" in Italia, la controversa "sentenza", sembra tornata (per ora) sui suoi passi abbandonando le sue primitive "certezze", e avendo compreso che il "clima" è cambiato.
Nuove sono ora le voci di chi reclama un "referendum popolare" che, contando su un’informazione di base adeguatamente "drogata" di emotività, "ideologia" e "disinformazione", spalanchi la strada all’"eutanasia di Stato": ma chi ha il contatto con la base "popolare" sa che le cose stanno cambiando, e i casi hanno sempre meno una valenza "univoca". Ed è qui il problema: come riuscire ad informare adeguatamente e correttamente soprattutto quando, come nel caso di Eluana, i problemi sono effettivamente complessi ed "esposti" ad un alto tasso di "irrazionalità". È qui che, anche all’interno del "mondo cattolico", si pone il problema di cosa significhi "fare la carità". Certo, quando i cattolici si distinguono meritoriamente dagli altri nel dare aiuti concreti a drogati, "immigrati", ex carcerati, "barboni", quando distribuiscono "borse della spesa" a chi non arriva a fine mese, eccetera, la "carità" è facile da capire e da condividere. Nessuno "spara contro", il "consenso", anche nel campo avversario, è pressoché generale. Non così quando la "carità" di chi crede nel Dio della vita è chiamata a divulgare informazioni che restano, volutamente, sconosciute: chi, per esempio, in Italia, sa che in Friuli ("dati 2007"), dipinto ultimamente come "isola ultra laica" "devota" ai diritti "individualistici", la percentuale dei "donatori di sangue" giovani, fra i 18 e i 28 anni, è del 14/15 %, a fronte di una media italiana del 2,6%, di una media austriaca del 7%, di una media europea del 4%? E fare i "donatori di sangue" non richiede una generosità poi così facile, dato che esige uno stile di vita non solo "sobrio", ma addirittura in forte contrasto con l’"andazzo" corrente.
Anche divulgare queste informazioni è "fare la carità". E lo è ancor più dire e spiegare verità "dure", difficili, talvolta già sul piano stesso delle parole (metti "accanimento terapeutico", metti "stato vegetativo persistente" e simili). Sono verità che altri hanno interesse a tener nascoste. O a "travisare". Informare, spiegare, far riflettere sono modi di "fare la carità" certamente più impegnativi, meno gratificanti, meno facilmente suscettibili di raccogliere "adesioni popolari" vaste ed immediate: ma nessuno ceda alla tentazione di credere che siano meno indispensabili. Tanto meno se lo fa perché è soltanto meno "coraggioso"; o meno disposto a far la fatica di "pensarci sopra".