DA LONDRA

L’inventrice delle «cure palliative» racconta dall’interno mezzo secolo di progressi
nella "terapia del dolore"; non soltanto "farmacologici".


RITAGLI    
La fine oltre le pillole     DOCUMENTI

«Serve un approccio anche "spirituale": la medicina ha fatto passi straordinari,
ma i bisogni delle persone continuano ad andare al di là di quelli "fisici"».
L’esperienza di Cicely Saunders: «L’operatore può creare un clima,
in cui pazienti e familiari trovano il coraggio di accettare ciò che sta loro accadendo».

Cicely Saunders
("Avvenire", 30/4/’08)

I progressi della "farmacologia" e le nuove tecnologie non fanno l’intera storia. All’inizio dei nostri studi, ci insegnarono che eravamo gli "ospiti" per i nostri pazienti e le loro famiglie in visita. Era inoltre dato per scontato che prendessimo parte alla preghiera in corsia mattina e pomeriggio e che accudissimo la salma con reverenza e rispetto. La vita è cambiata molto negli ultimi 55 anni, ma i bisogni delle persone, sebbene espressi in modi differenti, continuano ad andare oltre a quelli strettamente "fisici". I medici di "cure palliative" non devono, come ha affermato Kearney, essere meramente dei «sintomatologi». Oggigiorno, mentre le "cure palliative" si stanno diffondendo in tutto il mondo, esse mantengono, come indicato nella definizione dell’"Organizzazione mondiale della Sanità", un interesse per i "bisogni spirituali" dei pazienti e delle loro famiglie. L’approccio "globale" è basato sulla comprensione che la persona è un’entità "indivisibile", fatta di un essere "fisico" e "spirituale". «L’unica risposta appropriata per una persona è il rispetto: un modo per vedere e ascoltare ognuno nel contesto complessivo della propria cultura e delle proprie relazioni, dando a ciascuno il proprio valore "intrinseco"». La ricerca di significato, di qualcosa in cui credere, può essere espressa in molti modi, diretti e indiretti, nella "metafora" o nel silenzio, nei gesti o nei simboli e, forse sopra ogni cosa, nell’arte e nelle potenzialità inattese della creatività alla fine della vita. Quelli che lavorano nelle "cure palliative" devono comprendere che anche loro sono chiamati a fronteggiare questa dimensione per se stessi. Molti, sia i pazienti sia chi li aiuta, vivono in una società "secolarizzata" e hanno perso il linguaggio della religione.
Alcuni, naturalmente, vogliono rimanere in contatto con le proprie radici religiose e trovano nella pratica familiare, nella liturgia e nei sacramenti l’aiuto di cui hanno bisogno. Per altri, naturalmente, non sarà così. Questi ultimi non accoglieranno con favore suggerimenti privi di delicatezza da parte di operatori "benintenzionati". Se invece ci presentiamo non solo nella nostra funzione di professionisti, ma anche nella nostra comune e "vulnerabile" umanità, non ci sarà bisogno di parole da parte nostra, solo di ascolto che si fa vero interesse. Per chi non vuole condividere i bisogni più profondi, il modo di dare assistenza permette di raggiungere i luoghi più "reconditi". I sentimenti di paura e di colpa possono sembrare "inconsolabili", ma molti di noi hanno percepito che un viaggio "intimo" ha avuto luogo e che una persona vicina alla fine della vita ha trovato la pace. In questo tempo, relazioni importanti possono essere intraprese o "riconciliate" e può nascere un nuovo significato da attribuire al valore di se stessi. Uno studio recente mostra come ciò può avvenire nella condizione sociale dell’ultima modernità. Il mio viaggio terapeutico personale ha testimoniato un progresso straordinario nel trattamento "farmacologico" del dolore e degli altri sintomi. Rimane il traguardo di insegnare l’uso di queste terapie. Inevitabilmente, però, le basi umane, tanto quanto quelle professionali, sono sempre state fondamentali per il lavoro che facciamo.
Chiunque abbia modo di incontrare questi pazienti e le loro famiglie si trova di fronte alla sfida di riconoscere questa dimensione. Il professionista può, con la propria ricerca di significato, creare un clima, come noi abbiamo tentato di fare nei tanti anni passati, spesso coi limiti della nostra "incapacità", nel quale pazienti e familiari, sostenuti nella fiducia, possono "protendersi" verso ciò che vedono come vero e trovare il coraggio di accettare ciò che sta loro accadendo. Sono convinta che il fondamento più importante che abbiamo potuto collocare alla base della somma di tutti i bisogni dei morenti ci sia stato donato nel giardino del "Getsemani" nelle semplici parole: «Vegliate con me». Credo che il singolo termine «vegliate» dica molte cose a diversi livelli, tutti importanti per noi. Prima di tutto vuol dire che l’intero impegno al
"St. Christopher Hospice" deve discendere dal rispetto per i pazienti e da un’attenzione "meticolosa" per i loro disturbi e per le loro sofferenze. Significa guardare a loro, i pazienti, sul serio, comprendendo la natura del loro dolore, il tipo di sintomi e a partire da questa conoscenza trovare il migliore rimedio per dare loro sollievo.