New York, marzo 1908: le
operaie dell'industria tessile "Cotton" organizzano uno sciopero
contro le terribili condizioni in cui sono costrette a svolgere il loro lavoro;
la protesta si protrae per alcuni giorni sino a quando, l'8 marzo, il
proprietario dello stabilimento blocca porte e finestre della fabbrica per
impedire l'uscita. La tragedia si compie quando scoppia un incendio e le 129
lavoratrici, prigioniere all'interno, muoiono tra le fiamme. Tra loro, diverse
immigrate, anche italiane, che cercavano di liberarsi dalla miseria e di
conquistare la loro indipendenza tramite il lavoro.
Italia, marzo 2007: una donna marocchina, che da anni vive in Italia con
regolare permesso di soggiorno, si rivolge alle istituzioni per chiedere aiuto.
Per anni ha subito dal marito egiziano violenze fisiche e psicologiche, minacce
e soprusi di ogni tipo. È costretta a subire un matrimonio poligamico, a vivere
con la seconda moglie del marito e con i figli nati da questo secondo
matrimonio. Continuano le violenze e il Tribunale dei minori di Roma le
riconosce l'affido dei quattro figli; per tutta risposta il marito rapisce i due
bambini più piccoli e li porta in Egitto. Tutto questo non accade a Kabul o a
Teheran ma in Occidente, nella nostra Italia.
È passato un secolo da quando l'8 marzo è stato proposto come giornata di
lotta internazionale a favore delle donne, in ricordo dei fatti di New York; ma
di fronte a storie come questa, accaduta in Italia, una delle tante storie di
diritti negati e violati, ci si chiede quanto realmente si possa parlare di
emancipazione femminile.
C'è da festeggiare o non sarebbe il caso di riscoprire l'8 marzo come giornata
di riflessione sulla condizione delle donne che ancora vedono i loro diritti
ignorati o sopraffatti? Se è un triste dato di fatto che la condizione
femminile - in termini non solo di pari opportunità ma di elementari diritti
umani - è critica in tanti Paesi, è ancor più grave constatare che in un
Paese come il nostro, nel quale l'acquisizione di pari diritti e doveri tra
uomini e donne dovrebbe essere un dato accertato, per tutte e non solo per le
italiane, ci siano ancora tante storie di donne immigrate sottomesse, violate ed
ignorate.
In Italia ci sono ragazze, come è stato per la pakistana Hina Salem, che non
possono vivere come italiane perché ciò va contro non i precetti islamici, ma
il volere di padri e fratelli, padroni indisturbati dell'individualità delle
«loro donne». I dati che emergono da un sondaggio condotto da "Al
Maghrebiya", unico organo di informazione araba diffuso in tutto il
territorio nazionale, fanno riflettere. Alla domanda su quali siano le
situazioni che provocano maggiori sofferenze alle immigrate, il 42% delle
intervistate ha risposto «la disparità di diritti tra uomo e donna nella
famiglia e nell'educazione dei figli», mentre il 30% indica la «mancanza di
un'istruzione adeguata e difficoltà di accedere al mondo del lavoro». Quasi 9
su 10 ritengono che le bambine non siano in condizione di maturare una scelta
autonoma e consapevole sull'uso del velo. Sempre di più sono le mogli costrette
a subire matrimoni poligamici, che arrivano in Italia e si vedono private dei
documenti, della libertà e del futuro. Tante quelle che non conoscono la lingua
e le leggi di questo Paese, ma neppure sanno leggere e scrivere nella loro
lingua d'origine, tagliate fuori dal mondo del lavoro e dei diritti civili.
Tantissime coloro che vivono il paradosso di un peggioramento della loro
condizione una volta giunte qui, dove troppo spesso la tolleranza si trasforma
in indifferenza e in silenzio, dove troppo poco ascoltate sono le voci di chi
denuncia una situazione anomala e non più tollerabile.
L'8 marzo sia una provocazione per riflettere anche su questo e per tornare al
senso di una battaglia da continuare senza sosta affinché sempre e ovunque i
diritti della donna trovino voce e rispetto. Solo quando questo obiettivo
diventerà realtà, quando un altro 8 marzo sarà possibile, si potrà realmente
festeggiare.