Le donne marocchine parte civile nel processo contro gli assassini
Al fianco di Hina Salem almeno ora che è mortaDiamo
alle donne immigrate istruzione obbligatoria, corsi di alfabetizzazione,
leggi che le tutelino: rendiamole veramente libere di scegliere il loro futuro,
libere di far valere i loro diritti,
senza che per questo abbiano alcunché da temere.
Souad
Sbai
("Avvenire",
17/6/’07)
È passato quasi un anno
dalla morte di Hina
Salem, la ragazza
pakistana barbaramente uccisa e sepolta nel giardino di casa, dal padre, dallo
zio e dal cognato perché "colpevole", ai loro occhi, di non essere
una buona musulmana.
Hina, lo ripetiamo ancora se mai ce ne fosse bisogno, voleva solo essere libera
di scegliere. Si era innamorata d'un ragazzo bresciano, intendeva vivere come
ogni altra donna dell'Occidente e non voleva sposarsi con l'uomo pakistano che
il padre le imponeva.
La Comunità delle Donne marocchine in Italia non ha dimenticato Hina, né
Kadija, né Kawtar, né Samira, né Rachida né Hania, uccise per essersi
ribellate ai loro uomini, ad un destino già deciso da altri. Non ha dimenticato
ed è per questo che si è costituita parte civile nel processo contro gli
assassini di Hina che comincerà il 28 giugno a Brescia.
Noi saremo lì per dire "basta", per l'ennesima volta, alla violenza contro le
donne, per dire "no" a chi vuole giustificare la barbarie con la religione e con
l'islam; nessuna religione può mai legittimare questa furia cieca, quest'odio
senza ragione. In molti Paesi a maggioranza islamica come il Marocco, la Tunisia, l'Algeria, l'Egitto, lo stesso Pakistan, un crimine del genere verrebbe punito
con la pena capitale.
Certo non è questo che chiediamo, noi vogliamo solo che la giustizia compia il
suo corso; chiederemo un euro di danno, una richiesta chiaramente simbolica per
non lasciare Hina da sola un'altra volta. È stata lasciata sola da viva, non
possiamo permettere che venga abbandonata anche da morta. Per questo motivo
vogliamo che, a chi ha spezzato la sua vita con tanta brutalità, venga
comminata una giusta pena.
Dal momento che Hina è diventata un simbolo, il triste simbolo di tutte le
donne che vivono il calvario della violenza, della paura, delle intimidazioni,
della prevaricazione maschile, vorremmo dalla giustizia una risposta chiara e
forte. Troppe volte i colpevoli sono rimasti impuniti. Sono troppe le giovani
immigrate che in Italia cercano l'emancipazione e che invece si ritrovano al
centro di tristi storie di cronaca, o non vengono adeguatamente protette. Tante
quelle che arrivano nel nostro Paese sperando in un futuro migliore e che
invece, complice il problema dell'analfabetismo, si ritrovano tagliate fuori
dalla società civile, incapaci di interagire con la nuova realtà che dovrebbe
integrarle nella maniera adeguata, e che troppo spesso non fa abbastanza per
renderle cittadine veramente consapevoli.
Diamo a queste donne istruzione obbligatoria, corsi di alfabetizzazione, leggi
che le tutelino, rendiamole veramente libere di scegliere il loro futuro, libere
di far valere i loro diritti senza che per questo abbiano alcunché da temere.
Non chiediamo tanto, solo diritti elementari, che dovrebbero essere scontati ma
che non lo sono affatto. Se lo fossero, Hina avrebbe avuto possibilità di
decidere come vivere la propria vita e oggi sarebbe ancora tra noi.