L’ennesimo caso di soprusi su una marocchina

RITAGLI    Immigrate,    DIARIO
più istruzione per uscire dagli incubi

Urgente una "campagna" per riscattare le donne arabe
dalla condizione di minorità a cui vengono costrette.

Souad Sbai
("Avvenire", 23/9/’07)

Il caso della donna marocchina di Genova tenuta segregata per anni dal marito ripropone un dramma molto frequente tra i tanti che devono affrontare le donne dell’immigrazione.
Drammi di cui troppo spesso nemmeno veniamo a conoscenza, perché si consumano tra le mura domestiche e sono coperti da un’“omertà” che li rende ancora più tremendi. Purtroppo oltre a quelli che finiscono sui giornali molti altri, troppi, ce ne sono che rimangono nell’ombra. O che vengono alla luce quando la prevaricazione ha già colpito tante volte le donne indifese.
Quale dev’essere la nostra risposta? A costo di ripetermi, torno a dire che la prima strada da percorrere è quella dell’istruzione. Le donne marocchine, nella stragrande maggioranza dei casi, arrivano in Italia analfabete e restano analfabete perché non trovano qui nessuno che le aiuti a migliorare la loro condizione. Ciò significa che non avranno lo strumento più importante per difendersi dalle prevaricazioni e dalle imposizioni dell’ambiente familiare. E così scivolano, quasi senza accorgersene, in un “pozzo” senza fondo dove il confine tra solitudine e segregazione diventa sempre più incerto, fino a spezzarsi.
Cosa si è fatto in questi anni nel nostro Paese sul fronte dell’istruzione per le donne dell’immigrazione? La risposta non è difficile: nulla. Molti progetti, promesse, “passerelle” televisive in quantità, ma di concreto uno “zero” spaccato.
In
Marocco le donne analfabete fino a poco tempo fa erano l’80 per cento, la stessa percentuale che si riscontra oggi tra coloro che sono emigrate in Italia. Là una massiccia “campagna” di istruzione ha sortito l’effetto di farle scendere al 35 per cento nell’arco di nemmeno due anni, mentre in Italia la percentuale tende addirittura a crescere. È triste constatare che il sogno di poter sperimentare in emigrazione le libertà e i diritti che costituiscono il vanto dell’Occidente, si tramuta troppo spesso nell’incubo di chi vede peggiorare la propria condizione di vita.
La mancanza di istruzione non vuol dire solo segregazione. Una donna che non può prendere coscienza dei propri diritti, che a volte non riesce a comunicare neppure con i vicini di casa, a mettersi in contatto con le associazioni di immigrate che la possono difendere da violenze, soprusi e discriminazioni, che è costretta a restare isolata e lontana dalle altre donne della comunità in grado di aiutarla, è una persona indifesa e vulnerabile. Non avere istruzione significa non possedere un minimo di conoscenza di sé e del mondo che la circonda, dei diritti che le devono essere riconosciuti, delle ingiustizie alle quali non deve sottostare in un Paese civile. Significa non avere gli strumenti per potersi ribellare alla poligamia e ad ogni altra forma di violenza a cui viene sottoposta da mariti e familiari, disposti anche a sottrarle i figli se appena prova a reagire.
L’ignoranza delle donne è l’ambiente privilegiato del fondamentalismo e dell’integralismo religioso, perché assicura maggiori possibilità di influenza e di controllo. L’episodio di Genova ci dice anche questo: mostra i contorni e i contenuti di una sfida alla quale siamo tutti chiamati ma a cui finora non abbiamo saputo, o voluto, dare risposte efficaci.