Islam, democrazia e repressione

RITAGLI    La lezione algerina: serve buona politica    ALGERIA

Fulvio Scaglione
("Avvenire", 29/8/’05)

È curioso quanto poco si parli dell’Algeria, se non altro come precedente storico, nei numerosi e clamorosi dibattiti sulle radici dell’estremismo islamico e sui mezzi per coniugare islam e democrazia che segnano questi nostri anni. Curioso ma comprensibile, perché il "caso Algeria" sembra fatto apposta per spiazzare tante troppo facili certezze. Nel 1992 il Fronte di salvezza islamico (Fis) stava per prendere il potere attraverso elezioni del tutto democratiche; non ci riuscì per l’intervento, del tutto antidemocratico, dell’esercito. Il colpo di Stato militare evitò che un Paese decisivo per gli equilibri dell’Africa del Nord e del Mediterraneo finisse nelle mani degli integralisti, ma nello stesso tempo spinse verso l’estremismo armato molti islamici che fino a quel momento avevano seguito le normali vie della politica. La guerra civile che ne derivò fu per questo ancor più spietata, con quasi 200mila morti (su 32 milioni di abitanti) e quasi 20mila desaparecidos e una serie di stragi così feroci da lasciare allibito il mondo intero. Il prezzo dunque è stato altissimo, come del resto la posta in palio, ovvero il controllo di un Paese che è al settimo posto per riserve di gas naturale (e al quattordicesimo per il petrolio), di cui è anche il secondo esportatore mondiale. Oggi i movimenti islamici hanno quasi del tutto troncato i legami con l’idea della rivoluzione armata e dello Stato confessionale e si sono assestati su posizioni relativamente moderate. D’altra parte, proprio ciò ha contribuito a spingere verso al-Qaeda i gruppi Salafiti, i quali sfruttano i legami con la criminalità comune (in particolare il mondo del contrabbando) per continuare la lotta armata e il terrorismo, che fanno ancora molte decine di morti ogni anno. Attraverso questi contatti, inoltre, al-Qaeda riesce a infiltrare i propri uomini non solo nel Maghreb ma anche in Europa, il più recente fronte del terrorismo islamico. L’Algeria, dunque, ci dice tutto e il contrario di tutto. Il suo caso potrebbe servire per sostenere che la democrazia premia i fondamentalisti: e in effetti se in Kuwait, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan, per fare solo qualche esempio, si votasse in modo davvero democratico, difficilmente vincerebbe chi governa oggi. O per affermare che da certe situazioni si esce solo con l’uso della forza, con la guerra, con la violenza. In realtà, la recente storia algerina ha una sola e forse banale morale, e cioè che la (buona) politica non ha surrogati. Quando manca, il disastro è quasi garantito. Negli anni Ottanta i movimenti islamici furono non solo tollerati ma incoraggiati dal regime che, secondo il principio del "divide et impera", pensava di far così sfogare il malcontento della popolazione e la propria incapacità di mettere a profitto le enormi ricchezze del sottosuolo (gli idrocarburi valgono il 60% delle entrate dello Stato, il 30% del Pil e il 95% degli introiti delle esportazioni) per varare una seria e credibile politica di sviluppo. Il referendum che il presidente Boutleflika propone agli algerini per valutare una nuova amnistia è una mossa utile e intelligente (anche se il rifiuto di giudicare le azioni dell’esercito rivela la debolezza del governo civile), ma non può sostituire quel piano di riforme economiche e civili necessario ora proprio come lo era tra gli anni Ottanta e Novanta. Chi vive male in un Paese ricco è più incline a ricercare soluzioni estreme. Se dimentichiamo questo, allora, può sembrare che non resti altro all’infuori dell’esercito.