LA CONFERENZA DI ANNAPOLIS SUL MEDIO ORIENTE
E se provassimo una voltaChi
saprà "recuperare" Gaza,
potrà dire la parola decisiva sulle prospettive di pace e guerra.
La "Conferenza
sul Medio Oriente"
di Annapolis:
e se per una volta provassimo a pensare positivo? Certo, per farlo occorre uno
sforzo della volontà. Bisogna mettere da parte sessant’anni di guerre fatte e
occasioni mancate, e non è poco.
Convincersi che le crisi in atto, dall’Iraq
all’Iran
al Libano, volgeranno in tempi ragionevoli verso il meglio. Far scivolare sotto
il tappeto il fatto che – finite le cerimonie alla "Casa Bianca" e
scattata la solita foto con le strette di mano – le trattative procederanno,
gli accordi saranno cercati e trovati e la strada verso la pace sarà percorsa.
Anche quando l’attuale presidente, George Bush, sarà ormai tranquillo nel suo
"ranch" in Texas e chi oggi ha preso certo impegni (un
"Trattato" entro il 2008) sarà magari tentato di giocare di sponda
con nuovi interlocutori. La vertigine del pessimismo, insomma, è forte. È
però anche possibile, senza dover indossare "occhiali rosa", trovare ragionevoli
appigli per sperare che qualcosa, sul fronte dell’eterno conflitto tra Israele
e i palestinesi, stia per muoversi.
In primo luogo, e proprio sul fronte del "movimento", gli Stati Uniti,
dopo anni di immobilismo, hanno deciso di occuparsi in prima persona del
problema. È una novità importante perché, a dispetto del
"Quartetto" ("Usa",
appunto, più "Onu",
Russia e "Ue"),
solo la "Casa Bianca" ha davvero il potere di far girare certe ruote,
in Israele come nell’"Autorità Palestinese". Qualcuno ha fatto
notare che la "Conferenza", con relative promesse di pace, è il modo scelto da
Bush per uscire in qualche modo vincitore dalla presidenza e, insieme, per
rilanciare le speranze repubblicane nelle elezioni del 2008. Può darsi. Va
allora riconosciuto a Bush anche il merito di affrontare certe scommesse con
coraggio: sarebbero bastate un paio di assenze di peso per rendere del tutto
inutile l’appuntamento di Annapolis e scatenargli contro ulteriori polemiche.
E a proposito di assenze e presenze: l’Iran è rimasto completamente isolato,
con l’unica compagnia di "Hamas". E l’idea un po’ patetica della
"contro-conferenza" rende l’isolamento di Teheran solo più acuto.
È giusto così: l’intera regione, ormai, concorda sul diritto di Israele
ad esistere e non vi può essere passo avanti prima che cada la pregiudiziale
contro lo Stato ebraico. Al contrario, ed è un segno di proficuo pragmatismo,
rientra nel gioco diplomatico la Siria. Di Bashir Assad è meglio non fidarsi
alla cieca, ha una certa dose di "canagliate" di cui rispondere. Ma ignorare la
Siria (o, peggio, umiliarla politicamente e magari militarmente) e intanto
cercare la pace nella "Mezzaluna Fertile" era ed è una contraddizione
in termini, buona per gli ideologi o per gli strateghi da tavolino. Se persino i
generali americani che combattono in Iraq hanno riconosciuto la collaborazione
della Siria dopo il calo degli attentati, vuol dire che Damasco è un tassello
indispensabile del "puzzle", piaccia o no il suo regime. Il resto sono
chiacchiere. Il problema forse più spinoso e urgente, oggi, è quello di
"Hamas" e della "Striscia di Gaza". Non si può ignorare una
realtà dove un milione e mezzo di persone vive grazie agli aiuti alimentari
dell’"Onu", dove 25 neonati su 1.000 non raggiungono l’anno di
vita. La divisione tra i palestinesi toglie qualche alibi al governo di Israele
ma gli offre la sponda preziosa di Al Fatah e Abu Mazen, diventati di colpo i
moderati. La disperazione di Gaza crea invece una sacca di potenziale militanza
che l’Iran potrebbe voler sfruttare. Chi saprà recuperare la
"Striscia" potrà, con ogni probabilità, dire la parola decisiva
sulle prospettive della pace e della guerra.