IL PAKISTAN DOPO L’OMICIDIO DELLA BHUTTO

RITAGLI     Resta solo Musharraf.     SEGUENTE
Non è una buona notizia

BENAZIR BHUTTO, una vita offerta per la democrazia in Pakistan!

Fulvio Scaglione
("Avvenire", 28/12/’07)

L’attentato in cui è stata uccisa Benazir Bhutto può trasformarsi, per il Pakistan, in uno "tsunami" politico capace di travolgere il residuo di stabilità sociale e credibilità istituzionale che ancora il Paese possiede.
Chiunque l’ha immaginato, progettato e realizzato (e un gesto come questo implica un piano e un’idea) aveva intenzioni che solo il tempo potrà chiarire. Sarebbe quindi sciocco lanciarsi in spiegazioni che non hanno il supporto dei fatti. Peggio ancora, accettare le "spiegazioni" volontariamente offerte dai protagonisti, siano essi i familiari della Bhutto o i suoi rivali della cerchia dell’ex generale Musharraf, o prender per buone le rivendicazioni (da verificare) della prima ora, che portano direttamente ad "al-Qaeda". Se speculare servisse a qualcosa, bisognerebbe riconoscere che il primo indiziato a trarre profitto è proprio il presidente. La morte della Bhutto libera Musharraf da quella che, in vista delle elezioni politiche di gennaio, era una spina nel fianco per il suo schieramento. E la tensione che scuoterà il Pakistan gli consentirà, probabilmente, di protrarre all’infinito lo stato d’emergenza, gli arresti indiscriminati, il "bavaglio" messo alla magistratura e alla stampa o, perché no, rinviare "sine die" le stesse elezioni, ora minacciate dal "boicottaggio" annunciato ieri sera dal principale oppositore rimasto, Nawaz Sharif. Non solo: la stessa tensione potrebbe servire da leva verso gli Stati Uniti, caso mai fossero tentati di puntare, per il futuro, su un cavallo diverso da quello dell’ex generale.
Cavallo che poteva essere la stessa Bhutto. Ma in Pakistan nulla è così semplice. Benazir Bhutto, prima donna a diventare "premier" di un Paese islamico, non aveva un chiaro progetto politico, possedeva però un grande coraggio.
Appena rientrata in patria dopo 8 anni di esilio, a Karachi, era scampata per miracolo a un attentato in cui morirono 130 persone. Non si era per questo ritirata. Perché? Perché rischiare la vita e rinunciare alla vita dorata di Dubai, nel quartiere di lusso dove vivevano il marito Asif Ali Zardari e i tre figli? È probabile che contasse non solo su un crescente favore popolare ma anche su appoggi interni al sistema, elementi pronti ad aiutarla una volta che il voto di gennaio avesse stabilito le dimensioni reali del suo seguito, interno e internazionale. Allo stesso modo, intorno a Musharraf operano personaggi che, in cambio del loro sostegno, hanno ottenuto margini di autonomia assai ampi: i servizi segreti, i circoli militari e scientifici che gestiscono il nucleare, certi settori dell’esercito. Per qualcuno tra loro, la morte della Bhutto è l’evento clamoroso che, minacciando di rovesciare la situazione, di fatto la congela. E una deflagrazione al vertice dello Stato può tornar comoda anche ai separatisti del Nord-Est e ai loro alleati "taleban", sempre impegnati a ritagliarsi un’autonomia di fatto. Solo il tempo, ripetiamolo, dirà quale di queste teorie ha un aggancio con la realtà. Resta, indiscutibile, la sensazione di un Occidente ancora una volta impotente di fronte alla crisi profonda, strutturale, di un alleato indispensabile. Ieri, tre ore dopo l’attentato, il presidente Bush ha parlato di violenza che mira a destabilizzare «la democrazia del Pakistan». Ma il Pakistan di oggi, retto da un ex generale già "golpista", colpito nell’ultimo anno da 40 attentati "kamikaze" con più di 600 morti nonostante che gli Usa abbiano versato miliardi di dollari in aiuti "anti-terrorismo", tutto è tranne che una democrazia. Il fatto che non ci siano alternative a Musharraf non è una scusa. È, purtroppo, un’aggravante.