IL RUOLO DEI CRISTIANI

RITAGLI      C’è ancora un «ponte»      SEGUENTE
in Libano e in Medio Oriente

Fulvio Scaglione
("Avvenire", 15/2/’08)

In tutti i drammi del Medio Oriente, la scena e la scansione degli eventi contano quasi quanto gli eventi stessi. Ed ecco, quindi, che l’uccisione a Damasco di Imad Mughniyeh, uno dei capi militari di "Hezbollah", ideatore di alcuni dei più sanguinosi attentati degli ultimi decenni e da tempo nella lista dei più ricercati dai servizi di sicurezza "Usa" (le informazioni per catturarlo valevano 5 milioni di dollari), si sovrappone al terzo anniversario dell’uccisione dell’ex "premier" libanese Rafik Hariri. A Beirut, poi, due gigantesche manifestazioni, una per ricordare il terrorista caro all’Iran e l’altra per onorare il miliardario amico dell’Arabia Saudita, fanno per qualche ora temere scontri di piazza che potrebbero innescare un’altra guerra civile.
È un esercizio ozioso andare a "tentoni" alla ricerca della "mano" che ha eliminato Mughniyeh. Il "cui prodest" funziona poco per un eccesso di candidature. A parte "Hezbollah", tutti gli altri sono sospettabili. Il mondo arabo punta il "dito" contro gli Stati Uniti e soprattutto
Israele. La "Cia"? Il "Mossad"? Perché no? Ma perché non anche l’Iran o la stessa Siria, che osservano con irritazione la "libanizzazione" di Hezbollah, trasformatosi in pochi anni da movimento "sciita" a partito a vocazione nazionalista?
Più utile è provare a capire che cosa potrebbe succedere in
Libano. Da questo punto di vista è meglio che gli "Usa" e Israele non si facciano troppe illusioni. "Hezbollah" è un movimento che ha praticato e pratica il terrorismo, ma che non può più essere descritto e affrontato solo come un gruppo di terroristi. Basta avere una minima esperienza del Libano per saperlo. Per notare che il Paese intero celebra la "Festa della Liberazione" (il ritiro di Israele nel 2000) anche come un omaggio alla guerriglia di "Hezbollah". Per vedere che la recente alleanza con il generale "maronita" Michel Aoun (l’ultimo ad arrendersi ai siriani alla fine degli anni Ottanta) ha saldato "pulsioni" che hanno lunghe radici, se è vero che tra i "kamikaze" impiegati proprio da Mughniyeh a Beirut nel 1982-1983 c’erano anche volontari cristiani. Non a caso ieri Saad Hariri, musulmano "sunnita", figlio dell’ex "premier" assassinato tre anni fa e oggi "leader" della "coalizione" di governo, nel tentativo di alleggerire la tensione ha denunciato l’uccisione del terrorista "sciita", invitando tutti i libanesi a riunirsi "dietro al sangue versato durante la guerra del 2006 contro Israele". Lo Stato ebraico, dunque, è dichiarato nemico del Libano, non del solo "Hezbollah", persino dal più "filo- americano" dei politici arabi. Per parte sua, lo sceicco Nasrallah minaccia vendetta, ma sa di non poter premere troppo sul "pedale" della lotta armata. Come nel 2006, sarebbe il Paese intero a soffrirne e "Hezbollah", proprio perché ambisce al potere, non può dare agli altri libanesi l’impressione di combattere una guerra "privata". È la stessa ragione per cui il "ramo" politico del movimento evita di scardinare il "Patto confessionale" che regge il Libano e che ancora assegna ai cristiani un ruolo più ampio di quanto, oggi, vorrebbe la pura legge dei numeri.
La parola chiave nel Libano odierno, e per transizione nella regione che comprende quasi tutta la "Mezzaluna Fertile", è proprio questa: "cristiani". In Libano (ma non solo) sono l’unico "collante" che impedisce una disastrosa "frammentazione" e una guerra permanente. Sono il "ponte" tra i due grandi blocchi islamici ("sunniti" e "sciiti") e potrebbero diventare il "grimaldello" di una pace tra Libano e Israele. Su di loro, soprattutto in Libano, dovrebbero "investire" le grandi potenze, se avessero davvero a cuore le sorti del Medio Oriente.