Si
aiuta l’Iraq aiutando quei cristiani
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Fulvio
Scaglione
("Avvenire",
5/3/’08)
«La comunità cristiana è
parte essenziale della società irachena e ogni aggressione ai suoi membri è un’aggressione
a tutti gli iracheni». Così il "premier" iracheno Nur al-Maliki si
è impegnato, davanti al patriarca caldeo Emmanuel
III Delly, a
liberare «il prima possibile» monsignor
Paulos Faraj Rahho,
arcivescovo di Mosul.
Le sue parole confermano che gli esponenti più intelligenti, o anche solo
politicamente più "avvertiti", dei Paesi a maggioranza islamica del
Medio Oriente capiscono che la tragedia dei cristiani può ripercuotersi in modo
drammatico sulle loro nazioni e sulla stabilità dell’intera regione.
Pensiamo alla visita in Vaticano
di Abd Allah al Saud, re dell’Arabia
Saudita. Alle
precauzioni con cui persino "Hezbollah", in Libano,
si accosta a una comunità cristiana, minoritaria nei numeri ma decisiva per il
Paese. Alla prudenza della Siria verso la Chiesa e all’accoglienza offerta ai
profughi cristiani iracheni. Alle dichiarazioni del re di Giordania. Ai 2
ministri cristiani su 16 nel governo dell’"Autorità
Palestinese",
anche se i cristiani sono il 2% della popolazione. E allo stesso al-Maliki, che
non per la prima volta si pronuncia in tal modo.
Il "paradosso" sta, semmai, nel relativo silenzio con cui la
"comunità internazionale" ha accolto il massacro di altri tre
cristiani (autista e guardie del corpo) e il rapimento di un arcivescovo, dopo
anni di guerra costati alla comunità la vita di tre sacerdoti e di decine di
fedeli, la distruzione di 50 Chiese, una serie infinita di violenze e "soprusi" e
un’emigrazione che l’ha dimezzata. "Paradosso" che si spiega con l’imbarazzo
politico che il dramma diffonde e che nessuno ha il coraggio di affrontare.
La persecuzione delle minoranze irachene (compresi "turkmeni" e "yazidi",
ma con i cristiani "martoriati" da rapine e rapimenti perché attivi e
"industriosi", considerati quindi ricchi e "sfruttabili")
mostra il riflesso "esclusivista" del mondo islamico, ancora incapace
di convivere con le diversità e di accettarle con pari dignità. In Iraq il
cristianesimo arrivò sette secoli prima dell’islam, ma i cristiani ancora
sono trattati da estranei in una terra che è loro, per cui hanno lavorato e
sofferto, combattuto e pregato. Come può l’islam pensare di vivere in pace in
questo mondo "globalizzato" senza guarire da una simile
"piaga"?
Ma non solo ai musulmani tocca un esame di coscienza. La spedizione
"anglo-americana" non ha mai capito che, proprio per quanto appena
detto, la comunità cristiana poteva essere un prezioso "tramite" per meglio
capire l’Iraq
e i suoi problemi. Anzi: i cristiani sono stati spesso trattati con
"sufficienza". Perché pochi, non ostili e inoffensivi. Ma anche
perché una "dilettantesca" conoscenza della storia irachena
proiettava su di loro il "marchio" della presunta "tolleranza" di Saddam
e del suo vice Tarek Aziz, cristiano di nascita ma "carrierista" nella
pratica, come testimonia il nome islamico scelto al posto dell’originale
Michail Yuanna. Gli americani, poi, hanno cercato di favorire l’insediamento
in Iraq di comunità evangeliche che, non riuscendo a convertire i musulmani, si
sono date al "reclutamento" dei cristiani locali, resi così ancor
più deboli e, agli occhi dei "fanatici", ancor più sospetti di
"intelligenza col nemico".
Non è tardi per dare una mano ai cristiani e, tramite loro, all’Iraq.
Aiutiamoli, per esempio, a "ripopolare" Baghdad, diventata per la
prima volta nella storia quasi solo "sciita". Aiutiamoli a superare la
"frammentazione" comunitaria e a costruire una
"rappresentanza" politica degna di tal nome. E i politici
"Usa" smettano di "baloccarsi" con l’idea dell’"enclave"
cristiana da costruire nell’area di Ninive-Mosul, dove è stato rapito
monsignor Rahho. Usare i cristiani come "cuscinetto" tra le ambizioni "curde"
e i rancori "sunniti" serve solo ad accelerare la fine della comunità
e allontana la "stabilizzazione" del Paese.