Chiedono la verità sull’omicidio del vescovo Rahho
Quelle "marce pacifiche"
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temprano i cristiani iracheni
Fulvio
Scaglione
("Avvenire", 2/2/’08)
Bartella, Karamles, Al
Qosh, Qaraqosh. Sono i villaggi, ignoti ai più, in cui i cristiani dell’Iraq
insistono per conoscere la "verità" sulla morte di monsignor
Paulus Faraj Rahho,
arcivescovo di Mosul,
trovato morto alla periferia della città dopo sedici giorni di sequestro. Le
loro "marce pacifiche" sono arrivate in risposta a un
"appello" lanciato dai "leader" delle comunità cristiane
della regione di Niniveh
e sono state la prova dello straordinario coraggio di una comunità che il
"terrorismo", le violenze a sfondo "etnico-religioso" e le difficoltà
del nuovo Iraq hanno colpito con particolare crudeltà.
Di tutto questo proprio la "Piana di Niniveh", dove sono sparsi quei
villaggi, è diventata negli ultimi tempi l’"epicentro".
La ragione di fondo è semplice e vale per tutto il Paese. L’aumento delle
truppe "Usa" ha portato a una diminuzione della violenza (anche se si
parla sempre di 700 morti al mese, secondo i dati della "Brookings
Institution"), questo è chiaro.
Ma al risultato ha contribuito anche il fatto che in molte aree dell’Iraq si
è ormai realizzata una "pulizia etnica" che le ha rese più
"omogenee" e quindi anche meno "bellicose". Il caso tipico
è Baghdad, diventata per la prima volta in quattordici secoli (fu fondata
intorno al 765) una capitale a larga maggioranza "sciita" (oggi l’80-85%
della popolazione), per non parlare del Kurdistan, delle aree "sunnite"
del centro o di quelle "sciite" del Sud.
Oggi, in Iraq, si combatte nelle aree di confine, quelle in cui un equilibrio
non è ancora stato raggiunto. A Bassora
per le lotte di potere tra "clan" "sciiti". E nella
"Piana di Ninveh", appunto, perché quell’area è contesa tra i
"curdi" e i "sunniti", tanto che l’"Articolo
140" della "Costituzione" irachena prevede anche un
"referendum" per decidere la sorte di Kirkuk e della regione che
intorno ad essa gravita. I "sunniti" premono da Sud e
"infiltrano" le bande che la pressione delle truppe "Usa" (e
dei loro accordi con le grandi "tribù") spinge verso Nord.
Altrettanto premono gli "sciiti" da Nord: si calcola che a Kirkuk in
questi anni siano arrivati oltre 300mila "curdi", decisi a riprendersi
le proprietà "strappate" con la forza da Saddam Hussein nel periodo
(anni Ottanta) dell’"arabizzazione" della città, ma anche pronti a
fare "massa elettorale" in caso di "referendum". In questo
contesto è difficile, forse impossibile, distinguere tra criminalità comune,
criminalità politica e "terrorismo". Monsignor Rahho è stato rapito
da una "banda" qualunque, che potrebbe poi aver ceduto l’ostaggio a
un gruppo del "terrorismo islamico". Ma che dire del suo
"segretario", padre
Ragheed Ghanni,
ucciso per strada senza alcuna richiesta di riscatto? Che dire del fatto che lo
stesso monsignor Rahho già nel 2004 era scampato per puro caso alla distruzione
dell’"arcivescovado"? Come giudicare gli oltre 500 poliziotti e
soldati uccisi tra 2006 e 2007 a Kirkuk: vittime del crimine o della politica?
La comunità cristiana, pacifica e "inerme", e oltretutto resa più
"popolosa" dall’esodo da Baghdad, è diventata il
"cuscinetto" tra diverse e violente "ambizioni" e ne paga il
prezzo. Analoga sorte è toccata a un’altra minoranza della stessa regione,
gli "yazidi": il più "cruento" attentato dopo quelli dell’11
settembre, con più di 500 morti, è stato realizzato contro di loro nell’agosto
del 2007. E nell’aprile dello stesso anno 23 "yazidi" erano stati
massacrati alla periferia di Mosul mentre rientravano dal lavoro. Tra le due
stragi veniva ucciso, insieme con tre diaconi, padre Ragheed.
Questo è l’Iraq oggi. Questa è la "tempra" nella fede di una
comunità che fu "repressa" dalla dittatura e che dalla democrazia ha
ricevuto finora ben poco aiuto.